Ouke no monshou di Chieko Hosokawa

A cura di Emy

Titolo: Ouke no Monshou
Tradotto: Lo stemma della famiglia reale
Titolo internazionale: Daughter of the Nile (La figlia del Nilo)
Autrice: HOSOKAWA Chieko
Categoria: Shoujo

:: Il manga in Giappone ::
Numero di volumi: 65 -in corso
Casa editrice: Akita Shoten
Collana: Princess Comics
Rivista di serializzazione: Princess
Anni di pubblicazione: 1977-in corso

:: Merchandising ::
Ispirati a questo famoso titolo sono usciti un libro d’illustrazione, un CD contenenti musica e dialoghi in tema e un OAV nel 1988 consistente in 40 minuti di riassunto della storia accompagnato dalle illustrazioni dell’autrice.

:: L’autrice ::
Chieko Hosokawa è nata il primo gennaio 1929 a Osaka. Ha debuttato nel 1958 con Kurenai no Bara. E’ conosciuta principalmente per la sua opera-fiume Ouke no Monshou, pubblicata ininterrottamente dal 1976 sulla rivista Princess (Akita Shoten) e ancora in corso di pubblicazione, raccolta finora in 64 volumi. Un suo manga, Akogare, è stato trasposto in drama nel 1986. Il manga Attention please è stato viceversa tratto da una serie televisiva prodotta dalla Japan Airlines, di cui è stata prodotta una nuova versione nel 2006.

Storia
Volume primo
Questa è la storia di Carol Reed, sedicenne americana, figlia di un milionario che ha finanziato una spedizione archeologica nella Valle dei Re, in Egitto. La stessa Carol frequenta gli studi superiori al Cairo e intende specializzarsi in futuro in archeologia, essendo interessata al mondo degli antichi Egiziani. Il progetto finanziato dal signor Reed si rivela fortunato: viene scoperta la tomba magnificente di un giovane faraone, ricca di preziosi e di iscrizioni. Carol è folle di gioia, osserva la mummia del faraone diciottenne e si chiede che tipo sia stato, quando, millenni prima, era ancora vivo.
Accadono strani eventi, che sembrano collegati a una maledizione antica che colpirà quanti hanno disturbato il sonno del faraone. E il faraone non era l’unico a riposare nella tomba ormai profanata: in una stanza nascosta giaceva la mummia di sua sorella, Isis. Carol accidentalmente rompe un’antica iscrizione: la ragazza non sa che si trattava di un sigillo, necessario affinché Isis non si risvegliasse. Libera dal sigillo che ne impediva il risveglio, Isis perciò si desta e ritorna alla vita, acquistando il proprio (bellissimo) aspetto: ella è tornata per cercare suo fratello e per punire chi ha disturbato il loro sonno millenario.
Ma la mummia del faraone viene trafugata da alcuni tombaroli: l’ira di Isis si abbatte su Carol e sulla sua famiglia, responsabili di aver interrotto il loro sonno eterno. Isis con uno stratagemma si fa accogliere in casa Reed e fa breccia prima nel buon cuore di Carol, dopo in quello del Dr. Brown, professore di storia antica che la prende come assistente (Isis infatti è in grado di leggere l’antico egiziano).
Carol comincia a diventare inquieta, e in un’occasione vive un’esperienza che sembra irreale, ma non lo è: vagando per il sepolcro portato alla luce, ha l’impressione che i dipinti la guardino e che la trascinino nell’Egitto di tremila anni prima. Qui assiste a un macabro rituale, dove Isis, principessa d’Egitto, sacrifica in onore di suo fratello Menfis un uomo, uccidendolo lei stessa, estraendone il cuore vivo. La prossima vittima è proprio Carol, che riesce a salvarsi solo perché viene ritrovata dai suoi amici e dai suoi fratelli, tornando così al ventesimo secolo. Ma la tragedia è comunque in agguato: Isis rivela la sua identità al signor Reed, prima che questi muoia, morso da un cobra lasciato libero dalla stessa Isis. Quest’ultima fa in modo che il cobra morda anche Carol, ma la ragazza riesce a salvarsi grazie all’intervento di Jimmy Brown, un suo caro amico che succhia parte del veleno dalla ferita. Jimmy è innamorato di Carol e quando ha l’occasione di dichiararsi non esita a baciare la ragazza, niente affatto dispiaciuta dei sentimenti che il giovane prova per lei. Un tentativo da parte di Isis di uccidere Ryan, fratello maggiore di Carol, va a vuoto.
Gli eventi prendono però una svolta inaspettata allorquando si riesce a ricostruire il sigillo rotto da Carol: Isis è così costretta a tornare nel suo mondo… ma per vendicarsi della famiglia Reed decide di portare con sé, nell’antico Egitto, un’atterrita Carol.

Volume secondo
Iniziano le avventure di Carol nell’antico Egitto: risvegliatasi nei pressi di Tebe, nella misera capanna di una famiglia di schiavi, viene ben accolta da essi, che le consigliano di coprire i capelli biondi e la pelle troppo chiara. Carol obbedisce, e subito cerca di sapere dove possa trovare Isis, sperando di poter così tornare a casa. Ma Isis è nel palazzo del faraone e per Carol non è certo un luogo accessibile… dopo aver assistito alla dura vita degli schiavi, intenti a costruire le piramidi, Carol vede Menfis e Isis nel corso di una cerimonia ufficiale e si espone, lasciando brillare i suoi capelli al sole. Ovviamente, Menfis è colpito dalla straniera e da subito ne è ossessionato: desidera farne la sua schiava personale.
Isis immediatamente comprende il suo errore: credeva che Carol fosse morta nel deserto, ma ora ha intuito che averla portata nel suo mondo è stato un grosso errore… l’interesse di Menfis tradisce infatti quello che ben presto diverrà amore per la giovane straniera. Amore che si concretizza allorquando Menfis viene morso da un cobra ed è Carol, la quale aveva portato con sé la medicina che l’aveva salvata dall’avvelenamento, a salvarlo: il faraone da allora le chiede di sposarlo -dimenticando che è già promesso alla sorella Isis, e che da lì a un mese devono celebrarsi le nozze tra fratelli per preservare la purezza del sangue degli eredi del regno d’Egitto.
Carol rifiuta la proposta perché troppo giovane e il faraone, seppur furioso, acconsente a trattarla come una sorella. Passa del tempo: Carol ha ormai diciassette anni e la sua bellezza sboccia come un fiore prezioso. Il faraone continua a insistere con le sue attenzioni che gettano Carol nell’angoscia: tutto ciò che la ragazza vuole è tornare a casa e un giorno, cadendo nel Nilo in piena per sfuggire a Menfis, ci riesce: ritorna perciò nel ventesimo secolo.

Considerazioni
L’opera fiume di Chieko Hosokawa potrebbe risultare appetibile per gli affezionati degli shoujo old style, a patto che questi dimentichino -esattamente come per Glass no Kamen– la parola “finale”. Finale che potrebbe anche vedere la luce un giorno, per entrambe le opere (e ce lo auguriamo di cuore), ma che purtroppo, pur essendoci, non sarebbe sufficiente a far dimenticare una triste realtà: una storia partita con ottime premesse, proseguita con vivacità e interesse, appare purtroppo ormai snaturata, essendosi persa tra i meandri dell’insulsaggine, quando non del ridicolo. Non è un segreto per nessuno infatti che il capolavoro di Suzue Miuchi si sia man mano snaturato col procedere dei volumi, e così purtroppo è accaduto anche all’opera di Chieko Hosokawa, la quale se pure non può essere considerata un capolavoro al pari di Glass no Kamen, è comunque un titolo di rilievo, rappresentativo degli shoujo della vecchia guardia, e che ha generato più di un epigono. Debitore nei confronti di “Ouke no Monshou” è infatti “Anatolia Story”, di Chie Shinohara.

Per il momento soffermiamoci sulla parte iniziale e centrale dell’opera, cioè la meglio riuscita: dal lato grafico i primi volumetti risentono dell’influsso di Tezuka e delle prime shoujo mangaka, ma risalta già da subito l’attenzione dell’autrice per gli occhi e i capelli dei personaggi. La qualità del segno non è affatto disprezzabile ed è avvertibile lo sforzo della Hosokawa di equilibrare le sue tavole per dare un’impressione di armonia tra personaggi e sfondi, questi ultimi rifiniti e molto curati, anche quando campeggiano a tutta tavola. Buona la documentazione per la storia egiziana, lo stile bidimensionale dell’autrice -tipico degli shoujo anni Settanta- si addice perfettamente al tratteggio di figure esili ed eleganti e alla raffigurazione di vesti e ambienti dell’antico Egitto. Non a caso le scene più riuscite sono quelle riguardanti il contatto di Carol con questo mondo antico: molto bella e d’effetto, nel primo volume, la testimonianza di Carol che assiste a un sacrificio umano, con Isis che estrae dal petto vivo delle vittime i cuori pulsanti. La narrazione scorre velocissima nei primi volumi -gravidi fino all’inverosimile di eventi e dialoghi- per poi rallentare equilibrandosi nei successivi. Di pari passo, intorno al volume ventesimo, il disegno muta facendosi più raffinato, le vignette diminuiscono di numero e gli eventi si dilatano: più illustrazione che fumetto, dunque. Tendenza che s’irrigidisce con gli ultimi volumi usciti, dove il bel tratto della Hosokawa è ormai un ricordo lontano, con i personaggi dai volti allungati o deformati, le anatomie imprecise e gli sfondi quasi assenti, sostituiti da grafismi confusionari che appesantiscono la tavola e rendono la narrazione sempre più statica, riducendo la tavola a un’irritante sequela di primi piani dei personaggi.

“Ouke no Monshou” sarebbe dovuto terminare tempo fa, ma così non è stato e l’autrice continua a portare avanti una storia che ormai rende arduo anche ai maniaci degli shoujo old style il seguirne le vicende. E l’impresa è ostica non tanto perché la storia sia intricata, ma perché gli avvenimenti non fanno che ripetersi: Carol fa innamorare qualche monarca dell’antico passato, questi la rapisce e Menfis cerca di recuperarla. Spreco di fiori e lacrime da ambo le parti, i due si rincontrano solo per perdersi di nuovo, confuse marionette al centro di intrighi che cospirano goffamente per separarli. Inoltre la ripetitività degli eventi si ripercuote sugli stessi personaggi, che soffrono di quella stessa “fissità” che coinvolge anche Maya e Masumi di Glass no Kamen: sostanzialmente i personaggi non evolvono, rimangono bloccati con le loro ansie, timori, imprigionati nei loro difetti congeniti. Si aggiunga che poi, a differenza dell’opera della Miuchi, i momenti propriamente “romantici” tra i due protagonisti di Ouke no Monshou non si sprecano eppure, anche quando sono presenti, risultano piuttosto freddi e artificiali… il loro amore somiglia più all’adorazione di un’icona che a un sentimento umano. Peccato… perché la Hosokawa aveva mostrato nei primi venti-trenta volumi capacità narrative non disprezzabili, tratteggiando personaggi credibili ancorché rigidi come Menfis e Isis; il primo irruento, impulsivo, malato di potere ma anche capace di gesti generosi verso chi ama; la seconda simile al fratello nella sua ricerca del potere, crudele e spietata verso chi le si oppone ma tenera e appassionata nel suo amore verso Menfis, al punto che tra i protagonisti da questo punto di vista sembra l’unico personaggio veramente umano della storia.

In conclusione: “Ouke no Monshou” è consigliato solo ed esclusivamente a chi è innamorato perso degli shoujo della vecchia guardia, di quell’amore cieco che fa sorvolare sulla mancanza di un senso finale alla generale fruizione degli eventi narrativi, pur di potersi saziare gli occhi delle splendide illustrazioni -queste meritevoli davvero- della Hosokawa. In definitiva, “Ouke no monshou” è uno degli shoujo classici che non ci si augura di vedere in Italia e del resto -vista la lunghezza dell’opera- ciò è altamente improbabile.

Approfondimenti: Anatolia Story VS Ouke no Monshou

*Warning: possibile spoiler*

In un’intervista ufficiale comparsa sul sito della Shougakukan, Chie Shinohara (autrice di Yami no Purple eye, del “Sigillo azzurro” e di “Anatolia Story”) confidava tra le righe che quando fu dato alle stampe “Anatolia Story” lei temeva che il pubblico avrebbe messo la sua opera in relazione con “Ouke no Monshou” della Hosokawa.

In effetti “Ouke no Monshou” era già famoso quando Anatolia nel 1995 esordì nell’edizione in volumi e non pochi sono i parallelismi tra le due opere; il set up del primo volume è molto simile, visto che in entrambi i titoli la protagonista viene trascinata in un mondo del passato, dopo essere stata introdotta la sua vita nel tempo che le appartiene: scuola, famiglia e un abbozzo di love story destinato a non durare (in entrambe le opere c’è un bacio tra la protagonista e quello che se fosse rimasta nel suo mondo sarebbe probabilmente diventato suo fidanzato). Nei volumi successivi continuano i parallelismi: sia Yuri che Carol sono destinate a occupare un posto di rilievo nella storia dei popoli di cui diverranno regine, essendo le compagne dei rispettivi sovrani. Entrambe sono considerate alla stregua di divinità, dal momento che utilizzeranno le conoscenze dei loro secoli di appartenenza, più avanzate rispetto a quelle dei popoli antichi. Entrambe vivono una storia d’amore bella ma tormentata, entrambe risentono dello shock culturale in quanto l’ambiente in cui si ritrovano a vivere nel passato è comunque più primitivo e meno ricco di problematicità morale rispetto quello cui sono abituate. Entrambe riscuotono l’attenzione e l’ammirazione di quasi tutti quelli che incrociano la loro strada, vengono rapite e concupite da più di una testa coronata. Divertente anche il parallelismo da questo punto di vista: Carol ama il faraone d’Egitto ma sarà desiderata dal re degli Ittiti, viceversa per Yuri.

Però l’opera della Shinohara sa distaccarsi da “Ouke no Monshou” e vivere di vita propria: a differenza di Carol, Yuri pur desiderando inizialmente di ricongiungersi ai suoi cari, sceglie poi di rimanere accanto a Mursili e non ritornerà più al suo secolo di appartenenza. Invece Carol praticamente va e viene tra i due periodi storici e si ritrova a vivere quasi una “doppia vita”, in quanto ogni volta che si ritrova in uno dei due periodi storici si dimentica -o ha vaghi ricordi- di ciò che ha vissuto “dall’altra parte”. Inoltre, le scene erotiche: quelle disegnate dalla Shinohara, essendo “Anatolia Story” un’opera degli anni novanta, sono ben più calde e vicine al gusto moderno che non quelle idealizzate e abbozzate della Hosokawa. Carol e Yuri dal punto di vista psicologico all’inizio sono abbastanza simili, ma Yuri rispetto a Carol mostra piano piano di essere meno bidimensionale, ha un ruolo assolutamente più attivo della passiva Carol, talvolta ridotta a icona da damigella in pericolo o da salvare. Yuri è dinamica, cavalca e guida l’esercito in guerra. Carol non è priva di iniziativa personale, ma non arriva a tanto. Il pantheon dei personaggi di “Ouke no Monshou” è più ricco di quello di “Anatolia Story”, vista anche la lunghezza del primo, quasi il doppio del secondo, ma il cast dei personaggi secondari è meglio caratterizzato nell’opera della Shinohara. Ultimo ma non ultimo: “Anatolia Story” ha saputo trovare e raggiungere una degna conclusione e l’autrice non si è arenata sfruttando un successo che oramai, vista la notorietà del titolo, era assicurato.

Concludendo: pur essendoci (è innegabile) delle analogie, infine sono due opere che pur trattando lo stesso genere (il romanzo storico), sono animate da un diverso respiro e riescono a vivere ognuna di propria autonomia.

 

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