Never Ending Heart di Fuyumi Souryo

A cura di Anita80 (review) e Martina (info e grafica)

Titolo originale: Owaru Heart Janee
Titolo per l’Italia: Never Ending Heart
Autrice: SOURYO Fuyumi
Categoria: Shoujo

:: Il manga in Giappone ::
Numero di volumi: 1, concluso
Casa editrice: Kodansha
Collana: Kodansha Comics Deluxe
Anno di pubblicazione: 2000

:: Il manga in Italia ::
Numero di volumi: 1, concluso
Casa editrice: Star comics
Collana: Storie di Kappa
Prezzo: 7 euro
Data di pubblicazione: Maggio 2006
Senso di lettura: orientale
Formato: 320 pp + sovraccoperta
Distribuzione: fumetteria, librerie e online

Storia

“Never Ending Heart” è una raccolta di storie brevi edite in passato dalla casa editrice Shougakukan. Le seguenti sinossi sono prive di finale.

Episodio I – “Never Ending Heart”

Rinzy è la voce solista dei “Rinzy”, una band hard pop che nell’arco di soli cinque anni ha scalato i vertici delle classifiche, ottenendo riconoscimenti e premi al di là di ogni più rosea aspettativa. Durante i festeggiamenti per l’ennesimo successo dalla band, Stella – l’abile, ma distaccata manager del gruppo – si rende conto dell’assenza di Rinzy e scopre che il giovane ha disertato il party per recarsi da Catherine, modella con il quale il ragazzo aveva avuto una fuggevole relazione e che, dopo la fine della storia, continua a perseguitarlo, minacciando di togliersi la vita.

Nel frattempo, a casa di Catherine, sotto lo sguardo annoiato e infastidito di Rinzy, la donna si taglia le vene, sperando di risvegliare l’interesse dell’amante ma questi, al contrario, rimane totalmente insensibile e indifferente di fronte al gesto disperato della donna. Dopo averle lanciato il telefono – ultima possibilità di tornare sui propri passi e chiamare un’ambulanza – si allontana dall’appartamento con fare freddo e sprezzante abbandonandola, senza esitazione alcuna, al suo tragico destino. All’arrivo dell’ascensore, le porte si aprono e Rinzy si trova di fronte a una figura avvolta in un mantello nero – forse un’allucinazione prodotta dalla sua mente – che, a detta degli altri componenti del gruppo, sembra perseguitare il giovane da alcuni mesi.

Una volta lasciato l’appartamento di Catherine, Rinzy raggiunge la propria automobile – parcheggiata a poca distanza dall’edificio – ma, dopo aver percorso pochi metri, una brusca frenata gli rivela la presenza di un ragazzino profondamente addormentato sui sedili posteriori dell’auto. Resosi conto di avere un passeggero indesiderato a bordo, il giovane ferma la macchina e senza badare minimamente alle parole del “clandestino”, si sbarazza rapidamente di lui, scaraventandolo letteralmente fuori dall’abitacolo della vettura. Il fanciullo, ancora frastornato e sorpreso dall’apparizione della nota star, si ritrova in mezzo alla strada, con un oggetto fra le mani, presumibilmente caduto dall’automobile di Rinzy.

Il giorno seguente viene ritrovato il corpo senza vita di Catherine Turner. Per la polizia di New York si tratta di mero suicidio. Stella, informata dell’accaduto, riesce a recuperare un nastro alquanto compromettente per Rinzy, con inciso un lungo messaggio lasciato dalla modella sulla segreteria telefonica di un amico giornalista, poco prima di tagliarsi le vene.
Per insabbiare del tutto la faccenda e cancellare ogni prova della relazione tra il cantante e Catherine rimangono due questioni da risolvere: in primo luogo arginare il desiderio di vendetta del fratello della vittima – fermamente convinto che sia stato Rinzy a spingere la sorella al suicidio – e, in secondo luogo, occuparsi di JP, il “bambino” che Rinzy ha sorpreso dormire nella sua macchina e che, pertanto, potrebbe rivelare alla polizia che il cantante si trovava nei pressi della casa della modella la sera in cui Catherine si è recisa le vene.

Stella, per tenere sott’occhio il ragazzino – che ha soli quattordici anni e dichiara di non avere una casa o una famiglia – decide di assumerlo in qualità di assistente di Rinzy.
Così JP, come deciso da Stella, si trasferisce a vivere a casa della star. Inizialmente l’atteggiamento ostile e sprezzante del giovane cantante rende molto difficile la convivenza: i due non fanno altro che litigare e Rinzy non perde occasione per trattare in modo burbero e villano JP fino a quando scopre che quello che credeva essere un ragazzino altri non è che una giovane adolescente sotto mentite spoglie.

Durante la notte il sonno di JP e Rinzy è reso inquieto da brutti incubi: JP è perseguitata dai ricordi del passato, quando era costretta a prostituirsi per assecondare il volere di chi provvedeva al suo mantenimento; Rinzy, invece, è tormentato dal “fantasma incappucciato” che appare costantemente intorno a lui, nefasto e ineluttabile presagio di sventura.

Con il passare del tempo, quella che si presentava come una convivenza incerta e senza futuro, sembra spiccare il volo e, contro ogni pronostico, Rinzy e JP e cominciano ad affezionarsi l’uno all’altra e a godere sempre più della reciproca compagnia.
Inoltre, da quando JP si è trasferita a casa del cantante, questi sembra avere riacquistato l’equilibrio e la serenità perduta. La ragazzina, infatti, con la sua sola presenza, è riuscita ad arginare ogni incubo e a tenere alla larga da Rinzy la “presenza” misteriosa e inquietante che lo perseguita incessantemente da alcuni mesi.

JP nutre una profonda ammirazione per Stella e intuisce che anche Rinzy, in passato, non deve essere stato immune al fascino della donna e crede che il giovane sia ancora innamorato –segretamente – di lei. Stella, da parte sua, appare agli occhi della gente come una sorta di automa votato inflessibilmente al lavoro e agli affari, incapace di nutrire alcun sentimento umano e di far trapelare una qualsivoglia emozione.

Quando viene a sapere di essere stata accolta in casa di Rinzy per evitare che alcune indiscrezioni possano trapelare, trascinando la star in un torbido scandalo, JP si sente profondamente ferita e fugge in strada correndo… Dopo il breve litigio, la ragazzina e Rinzy chiariscono l’accaduto e si riappacificano: JP, tra le lacrime, confessa il suo amore al cantante e i due, finalmente consci del tenero legame che li unisce, trascorrono la notte insieme.

Rinzy, in procinto di partire per una tournée mondiale, è intenzionato a portare JP con sé ma Stella, profondamente gelosa del rapporto che si è venuto a creare tra il cantante e la ragazzina, contatta il padre della giovane e fa in modo che l’uomo venga a riprendere la figlia che si trova così costretta, suo malgrado, a riprendere “la vita”.
Rinzy, sconvolto dalla improvvisa scomparsa di JP, si rifiuta di recarsi all’aeroporto e partire per la tournée senza il suo “angelo” e…

Episodio II – “Ci vediamo nell’Eden”

I protagonisti della seconda storia sono alcuni ragazzi di un paese sperduto del Kyushu (una delle quattro principali isole del Giappone), che sognano di accedere all’Accademia di Belle Arti di Tokyo e frequentano un liceo specializzato nell’insegnamento delle materie artistiche, in preparazione alle varie accademie di belle arti. Rispetto a un normale liceo, oltre alle materie teoriche, i ragazzi sono valutati anche per la pratica e gli orari delle lezioni seguono una “tabella” serrata e sfiancante. Al secondo anno, dopo aver scoperto la propria vocazione, essi sono tenuti a scegliere un’area specialistica tra design, scultura, pittura a olio e pittura giapponese e a frequentare esclusivamente le lezioni dell’indirizzo prescelto. Tamako Oba – studentessa del primo anno – è molto titubante e non ha ancora deciso quale strada intraprendere.

Al corso di pittura, l’opera di un’altra allieva, Teruko Koike – frutto di mera e fortuita casualità – ottiene dai docenti lodi a profusione e viene accolta con maggior entusiasmo rispetto ai dipinti realizzati da studenti più meritevoli e talentuosi (quali Akihiko Akai – il migliore nel corso di pittura – e la stessa Tamako). La giovane sente così venir meno la propria autostima e si rende conto che, pur essendo stata considerata la ‘più brava della classe’ in disegno, ai tempi delle scuole medie, ora è costretta a confrontarsi con studenti altrettanto capaci e dotati.
La ragazza, poi, ha modo di constatare in prima persona come spesso nel mondo dell’arte un capolavoro derivi in piccola percentuale dal talento dell’artista e in gran parte da accidentale casualità.

Dopo aver sperimentato anche il laboratorio di scultura e frequentato il corso di design, gli studenti del primo anno si accingono a scegliere il corso definitivo per gli anni successivi. Yasuyo – amica di Tamako dai tempi delle scuole elementari – sceglie la pittura ad olio e Koike decide di seguire il corso di pittura giapponese.
Con grande delusione da parte di Nakata – docente del corso di pittura ad olio – Tamako opta per il design, malgrado gli ottimi risultati conseguiti e la sua spiccata propensione per la pittura ad olio. Episodi come quello di Koike, in cui i criteri di giudizio di un’opera d’arte si sono rivelati labili e incapaci di individuare il prodotto di una circostanza fortuita, sono forse alla base della discutibile scelta della ragazza. Anche Akihiko, disattendendo ogni aspettativa, sceglie il corso di scultura, sebbene spinto da motivazioni più sensate e coerenti rispetto a quelle che hanno persuaso Tamako ad abbandonare la pittura. La ragazza, infatti, non tarda a pentirsi della scelta, dettata più dall’orgoglio che non dalle proprie attitudini e aspirazioni: malgrado il suo desiderio di migliorare e ottenere buoni risultati, la mancanza di tenacia le impedisce di fare progressi nel corso di studi prescelto.

L’incontro casuale con Masumi – compagna di classe di Tamako ai tempi delle scuole elementari e medie – non fa che accentuare i dubbi e le insicurezze della giovane. Masumi, dopo aver fallito gli esami di ammissione allo stesso liceo di Tamako, e aver intrapreso un altro corso di studi – quasi subito abbandonato – è riuscita ad entrare nel mondo del lavoro, ottenendo l’impiego di commessa in una boutique.
Agli occhi della sfiduciata Tamako, la coetanea appare così adulta e sicura di sé e delle proprie scelte da accrescere ancor più il senso di inadeguatezza e inquietudine che la tormenta. Ben presto, però, arriverà a comprendere quanto l’apparenza possa essere fallace e come dietro un volto sorridente e sicuro si sé possa celarsi una muta sofferenza e il mal di vivere… Mentre Tamako – malgrado la scarsa applicazione agli studi – riesce a ottenere il massimo dei voti in un compito di design, mettendo a frutto una brillante intuizione, giunge notizia dell’inspiegabile e sconvolgente morte di Masumi, suicidatasi con il gas…

Con l’approssimarsi degli esami di ammissione all’università, allo spirito amichevole e solidale dei primi due anni, subentra un’atmosfera malsana e una competizione sfrenata fra gli studenti, sia durante le lezioni che nei laboratori. Tamako, malgrado le bassissime probabilità di riuscita e il parere contrario dei professori, è intenzionata a sostenere gli esami per accedere all’Accademia di belle arti di Tokyo e cerca di convincere Yasuyo a provare con lei il test di ammissione.

Episodio III – “L’omino di Marzapane è fuggito!”

In base ai voti di preferenza espressi dagli studenti, il ruolo di protagonista femminile, nella recita dell’annuale manifestazione culturale, viene assegnato a Kumi Oyamadai, studentessa del terzo anno da poco trasferitasi nella scuola. Kumi proviene da una delle più prestigiose scuole di Tokyo e la sua innegabile bellezza e bravura la rendono subito popolare e oggetto di crescente ammirazione tra i ragazzi dell’ istituto. La giovane, infatti, non tarda a oscurare il “mito” di Yuri Kuhonbutsu – fidanzata di Kaminoge ed ex idolo di tutte le studentesse – surclassandola in bellezza, intelligenza e simpatia.

Atsuro Kugayama è l’unico fra i vari studenti che sembra essere totalmente immune al fascino di Kumi: in realtà, il giovane ritiene che ragazze belle ed attraenti come Yuri e Kumi siano totalmente al di fuori della propria portata… delle stelle sfavillanti e “irraggiungibili”.

Kugayama è entrato a far parte dello staff tecnico che si sta occupando dell’organizzazione della recita, poiché si sente più a suo agio a lavorare dietro le quinte che non a calcare le scene come attore. La sua unica – e insignificante – esperienza in ambito teatrale risale, infatti, ai tempi della prima media, quando Atsuro era stato scelto per vestire i panni dei una volpe nella recita scolastica. L’inaspettata fuga della protagonista femminile, però, aveva impedito al giovane di salire sul palco e di esibirsi dinanzi al pubblico.

Atsuro si trova casualmente ad ascoltare Kumi che, convinta di essere sola in un’aula, dà libero sfogo ai propri pensieri – parlando tra sé ad alta voce – e scopre così che la ragazza, lungi dall’essere quel modello di perfezione che tutti conoscono, è in realtà falsa, superba e piuttosto arrogante. Kumi, resasi conto della presenza inopportuna di Atsuro, teme che questi, avendo scoperto la sua vera natura, possa rivelarla agli altri studenti, minando la sua popolarità. Lo insegue, quindi, persuasa ad ottenerne la collaborazione e perfino a comprarne il silenzio. Tuttavia, disattendendo le aspettative di Kumi, Atsuro sembra non avere la minima intenzione di smascherare Kumi di fronte agli altri. Al contrario, appare un po’ disorientato in sua presenza, e a un tratto capisce che la giovane, gli ricorda, in alcune espressioni, se non nell’aspetto esteriore, un’altra ragazza di nome Kimiko Fukazawa.

Kimiko, studentessa poco appariscente, ma bravissima in inglese, era stata scelta come protagonista femminile di una recita scolastica in inglese (L’omino di marzapane), ai tempi in cui Atsuro frequentava la prima media. Il ragazzo, che avrebbe dovuto recitare nei panni della volpe, non ebbe però la possibilità di fare la propria comparsa in scena perché Kimiko fuggì dal palcoscenico prima della fine della rappresentazione.

Nel frattempo, Kumi cerca di incrinare il rapporto tra Kaminoge e Kuhonbutsu, corteggiando apertamente il ragazzo. Atsuro, però, non tarda a manifestare la sua disapprovazione di fronte all’atteggiamento sleale di Kumi, rimproverandola per il suo comportamento infido e scorretto. La ragazza, allora, rivela al giovane le ragioni del suo strano atteggiamento, spiegando di essersi comportata in modo così subdolo e infido solo per vendicare il trattamento crudele subito in passato da Kimiko Fukazawa. Kumi racconta ad Atsuro come Kimiko fosse stata scelta, anni prima, quale protagonista della recita in inglese organizzata dagli studenti, in virtù della sua spiccata propensione e bravura nella lingua inglese. Kuhonbutsu – all’epoca già oggetto di venerazione fra i compagni – desiderosa di ottenere la parte, aveva minacciato la ragazza, intimandole di rinunciare al ruolo di protagonista, non adatto a una persona scialba e anonima come lei. Malgrado le intimidazioni ricevute, Kimiko, per opporsi all’atteggiamento sprezzante e arrogante di Kuhonbutsu, aveva deciso di non rinunciare alla parte. Tuttavia, durante la rappresentazione, i pantaloni di Kimiko – sabotati dall’invidiosa Kuhonbutsu – calarono improvvisamente nel bel mezzo della recita e la giovane, derisa dal pubblico, fuggì dal palcoscenico prima che Atsuro potesse fare il suo ingresso in scena e recitare la sua parte. In seguito a questo fatto estremamente umiliante, la poverina cominciò a rifiutarsi di andare a scuola e infine si trasferì in un altro istituto. Kumi, quindi, confessa ad Atsuro di non essere semplicemente una cara amica, bensì la cugina di Kimiko e di essersi trasferita in quella scuola allo scopo di portare a termine la vendetta della ragazza, disgraziatamente morta, insieme ai genitori, in un incidente stradale…

Considerazioni
Never Ending Heart è un volume antologico edito dalla Star Comics comprendente tre storie autoconclusive di Fuyumi Souryo: Never Ending Heart – racconto con cui si apre la raccolta e dal quale essa trae il proprio nome – Ci vediamo nell’Eden e L’omino di marzapane è fuggito! Tre brevi storie che si discostano nettamente l’una dall’altra per contenuto, struttura narrativa, ritmo e disegno; tre racconti scaturiti dalla mente dell’autrice e qui raccolti in un unico volume, come frammenti distinti e giustapposti, privi di un qualsiasi filo conduttore, accomunati solo dal tratto e dallo stile inconfondibile della mangaka che ne è ideatrice e disegnatrice.
Risulta pertanto ostico, e forse fuorviante, recensire questo volume come un unicum, nella sua globalità, poiché le storie in cui esso si articola sono troppo eterogenee, per poter essere trattate a guisa di un’ opera unitaria. Alla luce di queste considerazioni, appare quindi opportuno procedere in maniera differente, scindendo la raccolta nelle singole storie che la compongono per poi analizzare il contributo che ogni singolo racconto, in termini di valore, apporta all’opera nel suo insieme.

La prima storia della raccolta – Never Ending Heart – racconta dell’incontro fatale (nella sua accezione di “voluto dal fato”, “predestinato”) e della toccante storia d’amore che nasce, in seguito a tale incontro, tra il solista maledetto di una popolare band musicale e una ragazzina di soli 14 anni, fuggita dalla casa paterna per sottrarsi a una vita di abusi e prostituzione e non sottostare più alle assurde pretese di un padre-padrone. Una storia voluta dal destino, una relazione che sembra non avere speranze di futuro, un amore osteggiato su cui incombe un triste presagio di sventura, ma che urlerà a gran voce il suo diritto di esistere e dimostrerà che non è mai troppo tardi per imparare ad amare…
O, più semplicemente, Never Ending Heart è la storia di un noto cantante che, in un mondo alla costante ricerca di novità, arrivato all’apice del successo, sente ormai prossima l’ombra funesta del declino. Nulla sembra capace di risvegliare in lui il benché minimo sentimento umano, nulla riesce più a scuoterlo dal profondo… neppure la morte delle persone che lo circondano… Ma ecco entrare in gioco, a questo punto della storia, la tenera figura di JP, un “angelo” in carne e ossa che crede ancora nelle favole. La ragazzina riuscirà, con il suo animo sensibile e il suo “tocco” gentile, a penetrare al di là della corazza di cinismo che il giovane ha eretto attorno a sé, e a compiere un piccolo miracolo, insegnando al ragazzo il vero significato della vita e della parola amore…
Da sottolineare la sapiente caratterizzazione dei personaggi, come sempre magistralmente delineati e sviscerati nei loro aspetti psicologici e comportamentali, da esperta conoscitrice, qual è la Souryo, delle pieghe più recondite e profonde dell’animo umano.
Dal punto di vista grafico, invece, questa storia, sebbene appartenga al primo periodo della prolifica produzione di questa mangaka, e in quanto tale, difetti di un tratto talvolta ancora un po’ acerbo e spigoloso, resta pur sempre rivelatrice dello splendido disegno della Souryo, superba nella definizione anatomica dei personaggi, delineati accuratamente – con occhio quasi clinico – non solo sotto il profilo psicologico. Sempre per quanto concerne l’aspetto grafico, Never Ending Heart si discosta leggermente dagli altri due racconti della raccolta (specialmente dal secondo) ed evidenzia ancora il tratto ridondante, corposo e ricco di tratteggi delle prime opere giovanili (in particolare di Three), diverso dallo stile più fluido e raffinato che troveremo in quelle a noi più vicine (Mars, Sole Maledetto, ES, ma anche Doll denota già un sensibile cambiamento in tal senso). Il tutto in uno stile profondamente condizionato dal gusto in voga nei mitici anni 80, contraddistinti da capigliature voluminose e chiome fluenti, abiti e accessori simili a quelli che ancora oggi possiamo ammirare nei video prodotti dalle band musicali venerate e idolatrate in quel periodo (e non solo) come -giusto per citare due nomi a caso- Europe e Duran Duran.
In definitiva, una storia dal sapore dolce… o meglio, agrodolce, narrata da un’autrice che, seppure ancora agli esordi, lascia già trapelare un grande potenziale e un innegabile talento. Un racconto in cui la Souryo commuove ma non si lascia commuovere di fronte al destino ineluttabile che attende i suoi personaggi, negandoci, come invece non avrà modo ( o forse cuore?!) di fare in Mars – l’ opera che più di ogni altra l’ha resa celebre in Italia – un happy ending nel senso vero e proprio del termine.

Il secondo racconto, Ci vediamo nell’Eden, è una storia dal sapore chiaramente autobiografico, molto affine, per le tematiche affrontate, a “Il Pesce arcobaleno” (altra storia breve della Souryo pubblicata, sempre dalla Starcomics, nella raccolta Sole Maledetto).
Entrambe queste storie autoconclusive – che oserei definire “di formazione” – raccontano, attraverso gli occhi ancora ingenui della protagonista – una sorta di alter ego della Souryo – la fatica di crescere e di trovare la propria strada nella vita, la scelta, spesso difficile e sofferta, tra le ragioni del cuore, le aspirazioni, i sogni e gli ideali da una parte, e la nuda e cruda realtà dall’altra perché purtroppo, volenti o nolenti, arriva pur sempre un momento, nella vita, in cui occorre “tirare delle somme” e stilare dei bilanci. Se è vero che i sogni aiutano a “vivere” e senza sogni si rischia di inaridire e morire un po’ alla volta, giorno dopo giorno, è altrettanto vero e assodato che, per “sbarcare il lunario”, si è spesso costretti a mettere a tacere le proprie aspirazioni e a confinare i propri sogni in un cassetto… il cassetto segreto dove vengono relegati e chiusi, a doppia mandata, i sogni abbandonati…
Ci vediamo nell’Eden è la storia di alcuni giovani allievi di un Liceo specializzato nell’insegnamento di materie artistiche e del loro percorso formativo, raccontato, attraverso la voce e lo sguardo di Tamako – la protagonista femminile – dal primo giorno di lezione al fatidico giorno del diploma, quando i ragazzi, terminati gli studi presso l’istituto, si apprestano a intraprendere strade diverse. Le scelte di questi ragazzi, che spiccano il volo e lasciano “il nido” (“l’eden” appunto), saranno talvolta dettate dal cuore, ma più spesso dalla bieca convenienza, dalla paura di un possibile fallimento e perfino dalla sorte, cieca e capricciosa per natura. Chi ha avuto modo di frequentare, nel corso dei propri studi, un indirizzo artistico, non potrà fare a meno di immedesimarsi in alcuni personaggi del racconto e rivivere, passo per passo, situazioni toccate con mano e vissute in prima persona, sulla propria pelle. Quello che viene narrato dalla Souryo in questa storia breve, è niente di meno e niente di più che una fedele istantanea della vita che si svolge quotidianamente nelle scuole di indirizzo artistico, ritratta in maniera realistica in tutti i suoi complessi meccanismi e in tutte le sue molteplici variabili.
Non sempre il talento artistico, laddove sboccia e si affaccia alla vita, viene compreso, alimentato e premiato. Spesso si scontra con l’incomprensione altrui e non trova terreno fertile dove attecchire e mettere radici. Al contrario, un lavoro nato dalla mera casualità, o ancor peggio, dall’incuria e dalla distrazione, può riuscire – complice la sorte beffarda – a riscuotere insperati consensi ed essere giudicato – a torto o ragione – come un’opera d’arte degna di lode e alti riconoscimenti.
Passando ad analizzare l’aspetto grafico, non si può fare a meno di notare come in questo racconto la Souryo abbia adottato uno stile di disegno un po’ affrettato e sbrigativo, scarsamente retinato, spesso dimentico del dettaglio e della cura per il particolare. I personaggi, infatti, sono talvolta a malapena abbozzati, con un disegno esile e rarefatto, quasi i disegni confluiti nella raccolta fossero stati concepiti, inizialmente, come schizzi di studio a uso personale dell’autrice. Essi sono intramezzati, inoltre, da pagine quasi intere di testo che riassumono e spiegano, rivolgendosi direttamente al lettore – come una sorta di “voce fuori campo” – elementi e dettagli utili alla comprensione di una storia che, diversamente, l’autrice non sarebbe forse riuscita a gestire e condensare efficacemente in un numero così esiguo di pagine. Le tavole di Ci vediamo nell’Eden presentano, in sostanza, un disegno che non brilla come in altre opere della Souryo, e sembra qui ridotto a uno strumento meramente funzionale al racconto, un semplice veicolo, cioè, al quale è affidato il compito di comunicare, senza particolari ambizioni o virtuosismi, ricordi legati a un periodo importante della vita della mangaka.

La terza e ultima storia, L’omino di Marzapane è fuggito! è forse la più difficile da inquadrare, fra quelle della raccolta, in quanto sembra sfuggire e sottrarsi a un genere ben definito, dando vita a una storia per così dire “ibrida”, frutto della contaminazione dei generi più disparati. Non può considerarsi una storia a sfondo giallo, pur presentando, al suo interno, un mistero da risolvere. Non può essere nemmeno annoverata tra gli shoujo a sfondo scolastico, ma si diletta a fare il verso a un genere ampiamente sfruttato qual è quello della commedia scolastica, rivelando una sottile vena ironica e un inedito gusto per il grottesco da parte dell’autrice. Non è un thriller psicologico, ma come sempre la Souryo si trova a proprio agio quando è alle prese con personaggi affetti da turbe psichiche o da problemi di natura esistenziale, dipingendo figure altamente credibili e dotate di un certo spessore.
L’omino di Marzapane è fuggito! racconta, in ultima analisi, la storia di una vendetta, a lungo covata e meditata, ma la Souryo è riuscita a elaborarla in modo tale da arginare toni cupi e opprimenti, affrontando la vicenda con lo sguardo saggio e lungimirante di chi sa che “se c’è rimedio è inutile arrabbiarsi e se non c’è rimedio alcuno… è altrettanto inutile arrabbiarsi”. Tutto questo senza giungere a conclusioni stucchevolmente buoniste e scontate sulla natura umana, che viene presa e accettata per quello che è, nella sua “umanissima” imperfezione.
I due personaggi principali della vicenda, così come sono stati pensati e caratterizzati dalla Souryo – protagonisti quanto mai atipici in questa sorta di grottesca parodia della commedia scolastica – si situano nettamente agli antipodi rispetto alle tipologie che siamo soliti incontrare negli shoujo manga. Sembra quasi una scelta mirata della Souryo quella di assegnare i ruoli principali della vicenda a due perfetti “antieroi” relegando invece, al ruolo di semplici comprimari, due personaggi – Kaminoge e Kuhonbutsu – che incarnano alla perfezione le caratteristiche ideali dei protagonisti tipo.
Il disegno, sebbene ancora in fase di evoluzione e distante dalla raffinatezza di cui darà prova la Souryo nelle opere seguenti, è più affine a quello della prima storia, risultando più apprezzabile e curato che non nelle tavole del racconto precedente.

Dopo aver passato velocemente in rassegna le tre storie brevi raccolte in Never Ending Heart è giunto il momento di fare il punto della situazione, traendo le debite conclusioni sulla bontà dell’opera nel suo complesso.

Innanzi tutto sento di poter consigliare senza riserve questa raccolta, a chi, fra voi, ha frequentato un liceo artistico, una scuola d’arte o, comunque, un istituto di indirizzo artistico. Questo perché la seconda storia, che fra le tre è quella più lenta e difficile da apprezzare, potrebbe risultare un po’ indigesta e soporifera ai “non addetti ai lavori”, a chi, cioè, non avendo frequentato tali scuole, trovasse arduo calarsi nei panni dei protagonisti… Al contrario, chi ha “toccato con mano” quasi sicuramente troverà godibile la lettura e non potrà trattenersi dall’esclamare ad alta voce “E’ vero”, con una frequenza di una volta ogni dieci facciate.
In secondo luogo, tenete conto del vostro budget economico. Never Ending Heart è una lettura piacevole, ma dopo aver esaminato attentamente l’edizione, converrete con me che sette euro non sono una cifra irrisoria per un volumetto che, sebbene corredato di sovraccoperta, presenta pur sempre carta di mediocre qualità, contraddistinta da una triste sfumatura grigio topo e un’edizione, nel complesso, meno curata di quella offerta attualmente, a prezzo per giunta inferiore, da altre case editrici.
Infine, una variabile da non trascurare è se siete o meno fan della Souryo… Se non avete mai letto nulla di questa brava mangaka, allora, senza alcun indugio, vi consiglierei di non partire proprio da Never Ending Heart, e di accostarvi a questa autrice scegliendo una delle sue tre opere più significative, fra quelle edite in Italia, ossia: Mars, ES, e Sole Maledetto (una raccolta di vere e proprie “gemme”, più che semplici racconti). Se invece avete acquistato, letto e trovato godibile perfino Tamara – l’opera, a mio avviso, meno riuscita della Souryo – allora potete acquistare a cuor leggero Never Ending Heart. Se neppure Tamara, infatti, vi ha lasciato un retrogusto amaro in bocca, allora potete essere certi che questo volume, che con Tamara non ha nulla a che spartire al di fuori, forse, del nome dell’autrice, non deluderà le vostre aspettative e si rivelerà un acquisto di sicuro gradimento.

 

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