Bugie d’amore (Kanojo wa Uso wo Aishisugiteru) di Kotomi Aoki

A cura di Giorgia-bi (review) ed Emy (grafica)

Titolo originale: Kanojo wa Uso wo Aishisugiteru
Autrice: AOKI Kotomi
Categoria: Shoujo

:: Il manga in Giappone ::
Numero di volumi: 22, completo
Rivista di pubblicazione: Cheese!
Casa editrice: Shougakukan
Anno di pubblicazione: dal 2009

:: Il manga in Italia ::
Titolo: Bugie d’amore
Numero di volumi: 22, completo
Casa editrice: Panini Comics
Collana: Manga Love
Distribuzione: Edicola e fumetteria
Prezzo: 4.30 euro
Data pubblicazione: Ottobre 2010

:: L’autrice ::
È nata il 7 gennaio del 1980 a Matsuyama nella prefettura di Ehime; il debutto è avvenuto nel 1998 su “Sho-comi” con il manga “99 no NA-Mi-DA”.
Raggiunge il successo con Boku wa Imouto ni Koi o Suru (I Love My Little Sister), inedito in Italia, che conferma successivamente con l’opera Boku no Hatsukoi wo kimi ni sasagu (edito in Italia da Panini Comics col titolo Il mio primo amore per te) grazie al quale vince nel 2008 il 53esimo Shougakukan Manga Award per il miglior shoujo.
Nel 2014 vince nuovamente nella stessa categoria con il manga Kanojo wa Uso o Aishisugiteru, pubblicato in Italia da Panini Comics col titolo Bugie d’amore. Nel 2013 esce in Giappone il film tratto da questo titolo.

Storia
I Crude Play sono la band maschile del momento: hanno appena raggiunto la vetta delle classifiche giapponesi, i loro bei visi ammiccano da innumerevoli cartelloni pubblicitari, il pubblico li adora.
Ad appena 25 anni, i due amici d’infanzia Aki e Shun hanno realizzato tutti i loro sogni di grandezza. Ombroso e creativo il primo, scaltro e affascinante il secondo, i due hanno creduto da sempre di poter sfondare nella musica, costruendo negli anni una loro band; eppure, senza un apparente motivo, Aki ha deciso di abbandonare il gruppo nel momento stesso in cui è arrivato il successo, pur continuando a fare l’autore dei brani.
Timidezza? Crisi artistica? Panico da palcoscenico? Nulla di tutto questo: Aki è logorato dal complesso rapporto che lo lega suo malgrado al produttore dei Crude Play, il signor Takagi. Oltre a far parte della sua scuderia e dover sottostare alle sue decisioni, Aki si ritrova a dividere con lui la donna che ama, la sensuale cantante Mari. Prodotta da Takagi e assistita artisticamente da Aki, Mari non ha alcuna intenzione di chiudere con l’uno o con l’altro, ben decisa ad agire prima di tutto nel proprio interesse. Stanco di sentirsi sfruttato e di svendere a Takagi il proprio talento, Aki è preso dal desiderio di possedere qualcosa che sia suo soltanto,e che non abbia nulla a che vedere con il mondo della musica: sulla scia di questo capriccio, un giorno abborda una liceale chiedendole se creda nell’amore a prima vista. Quello che per lui è un approccio patetico, per la giovane Riko è invece un sogno a occhi aperti: lei sì, si innamora di lui al primo sguardo.
Tenendo ben nascosta la propria reale identità, Aki inizierà a frequentarla giocando il ruolo del fidanzato maturo, distraendosi così dalle proprie preoccupazioni e trovando un pretesto per lasciare Mari. Ma proprio l’odiato mondo della musica sta per giocare un brutto scherzo al giovane bugiardo: anche Riko è infatti una cantante dotata, che viene casualmente notata dallo stesso Takagi e viene reclutata assieme alla sua band di amici per debuttare con la stessa casa discografica dei Crude Play. Che fine farà la loro storia, costruita su un castello di menzogne?

Considerazioni
A quattro anni di distanza da Secret Unrequited Love – Il mio primo amore per te, la Aoki si cimenta con una serie popolata da protagonisti più maturi e disinibiti, e ambientata nello scintillante mondo del j-pop. Di tanto in tanto è possibile notare qualche miglioria nello stile dell’autrice: qualche monologo particolarmente riuscito (soprattutto quando ad esprimersi è la giovane Riko), qualche passaggio sufficientemente ritmato, uno scambio di battute meno banale del solito. Ma sono solo attimi, piccole parentesi destinate a perdersi nel mare magnum di cattivo gusto e faciloneria che caratterizzano questa produzione. Lo scenario in cui si muovono i protagonisti è un universo parallelo inquietante, in cui a contare non è ciò che un personaggio fa, ma la posa ammiccante che assume nel farlo. Credete che questo si traduca, per contro, in uno stile graziosamente frivolo? Sbagliato. Bugie d’amore non è un’opera riservata alle giovanissime, non è una storia leggera e disimpegnata: è un’accozzaglia di luoghi comuni tenuta insieme con la saliva, è una sequela di espedienti narrativi beceri che hanno la stessa attrattiva della peggiore tv spazzatura della domenica pomeriggio. Non esiste una correlazione logica tra atmosfere ed eventi; pure il semplice atto di far cadere un aeroplanino telecomandato può scatenare flussi di coscienza di una pesantezza asfissiante. Su questa tendenza all’esasperazione si basa l’assetto stesso della trama: un giovane musicista, deluso dal successo, si approccia a una ragazzina fingendo di essersene innamorato al primo sguardo. Per questo si sente e viene descritto come ‘bugiardo’, come detentore di una colpa orribile; pedale su cui gli interludi pigiano in continuazione, trascurando il fatto – ben più grave – che Aki inizialmente nasconda a Riko la propria vera identità. Ora, posto che probabilmente in Giappone non esisterà un’equivalente della Riviera Romagnola a ferragosto, riesce difficile credere che abbordare una liceale di Tokyo con un “Ti amo” comporti l’essere preso automaticamente alla lettera. E volendo utilizzare questo scenario in un racconto, non si può farlo senza quel minimo di ironia e di senso dell’umorismo che manca totalmente a questo titolo. Un bacio in ascensore dura quindici facciate ed è accompagnato da espressioni buone per un hentai, un primo appuntamento coinvolge quanto un fidanzamento biennale, i personaggi maschili si confondono e finiscono per leccarsi le labbra e posare da fighi pure mentre parlano tra loro. Qui ogni personaggio è talmente assorto nel prendersi sul serio da non accorgersi di una trama che salta di palo in frasca, da non chiedersi come mai pur trovandosi in una metropoli continua a imbattersi negli stessi 4 personaggi, come neanche a Campolongo Tapogliano. Può darsi che la Aoki sia un’autrice senza possibilità di evoluzione, come può essere che sia stata posseduta anche lei dallo spiritello delirante che s’impossessa delle fumettiste giapponesi quando iniziano a realizzare una storia che parla di rock band; ai posteri l’ardua sentenza. Per il resto non rimane che sperare nella lungimiranza delle lettrici: solo lasciando prodotti come questo sugli scaffali possiamo sperare di risparmiarcene ulteriori esempi in futuro.

 

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