Canto del cielo perduto (Sora yume no uta) di Yuana Kazumi

A cura di Koori (testi) e Martina (info e gallery)

Titolo originale: Sora yume no uta
Trad: Il canto del cielo di sogno
Autrice: KAZUMI Yuana
Categoria: Shoujo

:: Il manga in Giappone ::
Numero di tankoubon: 1, concluso
Anno di pubblicazione: 2001
Casa editrice: Kadokawa
Collana: Asuka Comics
Rivista di serializzazione: Asuka

:: Il manga in Italia ::
Titolo per l’Italia: Il canto del cielo perduto
Numero di volumi: 1, concluso
Casa editrice: Star comics
Collana: Kappa extra, 4.20 euro
Inizio pubblicazione: Giugno 2007
Distribuzione: fumetteria e online

:: L’autrice ::
Yuana Kazumi disegna shoujo manga per l’editore Kadokawa e si occupa inoltre delle illustrazioni di romanzi per teenager editi da Shueisha. Ha all’attivo pochi titoli, di cui quattro sono editi in Italia: Il fiore del sonno profondo (2 volumi), Haru Hana (3 volumi), Un milione di lacrime (2 volumi) e Canto del cielo perduto, il suo primo manga a essere raccolto in volume, nel 2001. L’autrice è edita in altri paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti.

Storia
I primi tre capitoli del volume unico Canto del Cielo Perduto vedono come protagonista Ciel, un vecchio (per quanto l’aspetto sia quello di un ragazzino) modello di androide di proprietà della Narise Corporation, società specializzata in robotica, il cui anziano proprietario si è fatto promotore del progetto di riportare gli esseri umani – confinati sottoterra in città che riproducono l’antico habitat terrestre – sulla superficie del pianeta per rivedere il cielo.

Ciel, che è in realtà uno sbant (Specified Biobehavioral Android New Type), un robot costruito prima che la grande guerra costringesse gli esseri umani a rifugiarsi nel sottosuolo, sembra essere stato modificato per divenire un “modello da compagnia”: assiste infatti il proprietario della Narise Corporation, costretto su una sedia a rotelle, e nel tempo libero tiene compagnia alla nipote di quest’ultimo, la giovane Mana, scelta per succedere al vecchio nella presidenza dell’istituto scientifico creato per studiare soluzioni al problema del ritorno in superficie. D’altronde l’androide, che tende a danneggiarsi con grande facilità, andando in “tilt”, si rivela perfetto per il compito, possiede infatti la peculiare caratteristica di produrre ologrammi quando canta, proiettando i propri ricordi della superficie terrestre, e pur non essendo in grado di riprodurre la tanto agognata – da Mana e dal nonno – immagine del cielo, infonde in chi ascolta il suo canto gioia e meraviglia. Ciel, dotato di pazienza e gentilezza, si attira e ricambia l’affetto di Mana e del nonno; egli sembra infatti comprendere le aspirazioni degli altri esseri viventi e soffrire del loro dolore: portato nel sottosuolo dal figlio del proprietario della Narise Corporation ha sopportato i maltrattamenti che il padre di quest’ultimo gli aveva riservato all’inizio perché sconvolto dalla perdita del figlio, morto a seguito dell’impresa, fino a portare il vecchio ad amarlo come un nipote e a riconoscere in lui una “scintilla” che lo rende differente dagli altri robot. Liberato dai propri obblighi (robotici… il nonno arriva a dirgli che da quel momento lui non è più un “robot”) ed esortato a vivere come più desidera, egli perde tuttavia la propria coscienza quando i genitori di Mana spingono giù dalle scale il nonno, perché indispettititi dalla decisione del vecchio di donare parte del suo patrimonio all’istituzione di ricerca da lui fondata.

Mentre il figlio dell’uomo e la moglie sono intenti a discutere su come attribuire il delitto al robot, Ciel, sconvolto dalla vista del sangue e dalle parole che sente, ricorda parte del proprio passato: l’immagine dei corpi e il sangue degli uomini da lui trucidati e gli ordini di non risparmiare nessuno ricevuti durante l’ultima grande guerra in superficie. Il robot perde il controllo e torna dunque a prevalere il programma originario che lo faceva funzionare: di fronte ai genitori di Mana atterriti dal cambiamento del robot e spaventati dalla comprensione di ciò che hanno davanti, Ciel torna ad essere lo sbant progettato come arma finale di distruzione (gli appare sulla fronte il marchio che contraddistingueva gli androidi più pericolosi), si segna il viso col sangue e uccide i due. Rimane quindi bloccato di fronte alla scena fino a che l’arrivo di Mana e l’urlo che la ragazza lancia vedendo i genitori trucidati non lo risvegliano; di fronte a Mana che sconvolta, mentre cercano di allontanarla da lui, continua a rivolgergli le parole “non sei stato tu, vero? Non puoi essere stato tu!”, Ciel si nasconde il viso tra le mani e scappa.

La fuga termina in un vicolo: dopo aver urtato un bidone di rifiuti, l’androide cade e giace per terra sfinito fino a che una ragazzina coi capelli corti gli si avvicina chiedendogli dove vada così di corsa; alla domanda, dopo essersi fermato a riflettere, Ciel risponde dicendo: “a vedere il cielo con Mana”.
La ragazzina colpita dagli occhi di Ciel, che le ricordano il cielo che non ha mai visto, lo porta quindi a casa sua mentre in città inizia la caccia al robot assassino.
A casa di Iku (così si chiama infatti la ragazzina) Ciel conosce Yu, fratello di Iku, e Jam; Jam vorrebbe diventare un pilota come lo era stato il nonno, per volare nel cielo, mentre Iku sogna di scrivere una canzone che parli del cielo, entrambi dunque accolgono a braccia aperte Ciel che sembra condividere il loro desiderio di conoscere quel cielo che non hanno mai visto. Più diffidente si dimostra invece Yu, che sembra considerare il sogno della sorella e dell’amico irrealizzabile, ed è l’unico ad accorgersi che sulla giacca di Ciel (che nel frattempo ha rivelato ai nuovi amici di essere un androide) sono presenti delle macchie simili a sangue; tuttavia anche Yu, che ha seguito la sorella nelle piazze su cui i ragazzi si esibiscono cantando per raccogliere fondi necessari a finanziare il loro sogno, dopo aver ascoltato la canzone di Ciel e aver visto la proiezione dei suoi ricordi, rimane profondamente colpito.
Iku, entusiasta per gli ologrammi di Ciel, gli chiede se è in grado di mostrarle il cielo, ma Ciel, a cui la domanda ha riportato in mente Mana, risponde di non essere mai stato in grado di farlo perché la sua memoria dopo la riprogrammazione è rimasta danneggiata. Iku gli chiede di Mana e del nonno, ma nel parlare del nonno e nel ricordare la sua morte Ciel diventa triste e assente.

Nella piazza però compare la polizia che si lancia a inseguire i ragazzi, i quali fuggono temendo di aver fatto qualcosa di male. Ciel si “scarica” durante la fuga ed è così Yu a doverlo portare in spalla mentre la polizia gli urla dietro che quello è un robot killer e che devono fermarsi e consegnarlo. Yu rimane profondamente turbato da ciò che ha sentito, e giunto a casa dice agli altri che dovrebbero lasciar perdere Ciel e consegnarlo ai poliziotti, ma la sorella e Jam non lo ascoltano e cercano invece fra le cose dell’androide un indizio riguardo alla sua provenienza per portarlo dove possa essere ricaricato. Trovato l’indirizzo, con Ciel in spalla, vi si recano, ma qui trovano ad attenderli l’androide Ar (R) e la polizia avvertita da Yu, i quali ingiungono ai due ragazzini di consegnare il robot assassino.
Nel frattempo Ciel esce dalla modalità “risparmio energetico” e viene affrontato da Ar (R), il quale rinfacciandogli l’uccisione dei genitori di Mana lo porta a “risvegliarsi” ancora una volta: sulla fronte di Ciel compare il segno dell’arma finale e i suoi occhi tornano a essere quelli freddi di un assassino spietato.
Mana tuttavia non accetta la descrizione di Ciel fatta da Ar (R) e inizia a cantare la canzone dell’androide, urlandogli che aveva promesso di andare a vedere il cielo con Mana; le parole e il canto della ragazzina scuotono nel profondo Ciel, riportandolo alla coscienza e spingendolo a intervenire proprio nel momento in cui Ar (R) stanco della resistenza di Iku sta per colpirla.
Ciel blocca il colpo di Ar (R) e gli dice di aver fatto una promessa (quella di vedere il cielo) che vuole mantenere e quando Ar (R) gli domanda chi gli abbia ordinato di vedere il cielo, gli risponde che non è un ordine ricevuto ma un proprio atto di volontà.
Ar (R) rinfaccia quindi a Ciel di essere un modello difettoso dal momento che i robot non hanno volontà propria ma Ciel rivendica come motivo di orgoglio il fatto di essere difettoso se questo significa prendere le proprie decisioni. I due robot si affrontano dunque e Ar (R) scaglia verso Ciel un colpo mortale da cui Ciel si salva solo grazie all’intervento di Yu, Iku e Jam che lo buttano a terra evitandogli l’impatto, mentre Ar (R) resta a terra completamente scarico.

Ciel e i suoi amici entrano quindi in casa e qui trovano Mana, ma quando l’androide le si rivolge non viene riconosciuto; come infatti spiega loro il dottor Hagino – uno dei programmatori della N.C. – la ragazza ha perso la memoria per lo shock di aver saputo Ciel colpevole dell’uccisione dei genitori. Di fronte ai ragazzini che protestano la buona fede di Ciel, Hagino dice loro che l’androide che loro difendono non è differente dalla macchina offensiva che egli porta sulla spalla e che ha attaccato Jam quando si è avvicinato troppo al dottore. La cosa migliore sarebbe distruggere davvero Ciel dato che l’eliminazione del programma letale che ne è la base equivarrebbe comunque a segnarne la fine.
Come se la distruzione di Ciel e la fine dei sogni dei ragazzini coincidessero, Hagino porta Mana, Ciel e gli altri in cima all’impianto costruito dalla Narise Corporation e qui mostra loro il cielo; dalla cupola trasparente però Ciel e gli altri non sono in grado di vedere altro che oscurità: l’aria della superficie è infatti densa per gli agenti inquinanti, il cielo non esiste più, e Mana, che è successa al nonno a capo dell’istituto, ha deciso di cancellare il progetto di ricerca per riportare le cose allo stato originario. Lei stessa dice a Ciel che l’idea di voler rivedere il cielo non è altro che un bel sogno.
Di fronte alla mancanza di rassegnazione di Iku che rifiuta di credere all’impossibilità da una parte di ripristinare il cielo e dall’altra di poter vivere come un uomo per Ciel, Hagino invita i ragazzi a oltrepassare la porta della cupola e a verificare, a costo della loro vita in quell’aria letale, se egli ha mentito…

STORIA EXTRA

L’ultimo capitolo del volume è un’appendice che racconta la storia di Ar (R), androide in dotazione alla polizia, freddo e spietato nell’esecuzione degli ordini che gli vengono assegnati. Riprogrammato da una dottoressa della Narise Corporation, Ar (R) originariamente aveva una personalità e una coscienza proprie che tuttavia lo rendevano estremamente infelice. Recuperato dalla superficie ottant’anni dopo la fine della grande guerra, aveva rivelato alla dottoressa Hazuki di essere alla ricerca della propria “metà”, del suo androide gemello senza il quale non era in grado di morire, dato che il suo corpo si sarebbe sempre rigenerato dopo ogni danno a meno che anche l’altro androide non fosse stato colpito nello stesso momento.
Dopo aver ascoltato la canzone suonata al pianoforte dalla dottoressa e aver saputo che lei come lui ne odiava le parole Ar (R) era riuscito a convincere la Hazuki a eliminare la coscienza dal suo corpo, per ottenere così una forma di morte e fornire nello stesso tempo alla dottoressa un corpo in cui travasare l’anima del suo fidanzato morto che lei era riuscita a conservare in un ciondolo.
Suggellando la propria richiesta con un bacio Ar (R) si era dunque sottoposto alla cancellazione del proprio sé, ma il processo non aveva garantito un risultato ottimale, fornendo perennemente un errore che aveva impedito alla dottoressa Hazuki di riversare l’anima del proprio amato nel corpo di Ar (R). La mancanza di personalità e coscienza rendevano però l’androide uno strumento efficiente e pienamente utilizzabile per la polizia che l’aveva ottenuto in dotazione.

Durante una delle sedute di manutenzione però, il freddo Ar(R) non si allontana immediatamente dalla dottoressa Hazuki per tornare ai propri doveri, ma le si avvicina, le si siede in braccio e la bacia, facendole venire il dubbio che la coscienza dell’androide non sia stata totalmente annullata ma ne sia rimasto un barlume. È però rivedendo le immagini di una delle missioni di Ar (R) per la polizia e la assoluta mancanza di pietà che il robot dimostra, che la Hazuki decide di riportare Ar (R) alla sua condizione originaria, dato che avere un residuo di coscienza e vedere ciò che era diventato doveva essere per l’androide molto peggio della morte.
La dottoressa si reca quindi in laboratorio per verificare i dati, ma qui un errore nel voltaggio fa scoppiare un incidente. Ar (R) che sente la notizia di quanto avvenuto alla dottoressa Hazuki vorrebbe andare verso il laboratorio ma viene richiamato dai suoi superiori alla missione che deve svolgere: l’arresto di Ciel.
Affrontando Ciel però, Ar (R) inizia ad avere le prime esitazioni, la sua coscienza sembra riaffiorare, finché, sentendo le parole riguardanti la promessa di vedere il cielo che Ciel avrebbe fatto, Ar (R) incomincia a recuperare i propri ricordi. Nel momento in cui sta scagliando il colpo finale verso Ciel, egli riacquista completamente la memoria: ricorda la richiesta fatta alla dottoressa Hazuki e il periodo precedente al recupero dopo la grande guerra, nonché l’incontro avvenuto fra lui e Ciel sui campi di battaglia, quando Ciel portando il ragazzo ferito in spalla per andare a vedere il cielo gli aveva detto di aspettarlo perché sarebbe tornato da lui per morire insieme…

Considerazioni
Il volume unico Canto del Cielo Perduto è il primo manga pubblicato da Yuana Kazumi (già conosciuta in Italia per i successivi Il fiore del sonno profondo e Haru Hana), opera d’esordio che rivela sia quelle caratteristiche che rendono la produzione di quest’autrice interessante sia quei difetti di cui essa non è a tutt’oggi riuscita a liberarsi.
Parlare singolarmente di un manga della Kazumi non è semplice: tutti i lavori apparsi finora si presentano come variazioni su tema; uno stesso messaggio, umano e profondamente sentito dall’autrice, ricorre nelle sue opere, di modo che valutando i diversi titoli ci si può chiedere quanto la mangaka sia riuscita a esprimere compiutamente, nell’occasione, quel che voleva dire.

Questo non significa che i suoi manga ripetano ambientazioni e strutture; tendono anzi, sotto questo aspetto, a differenziarsi parecchio l’uno dall’altro: Canto del Cielo Perduto, il cui titolo originale suona più come un improponibile Canto del Sogno del Cielo, presenta un mondo futuribile e robotico che guarda alla letteratura e alla produzione cinematografica (anche d’animazione) fantascientifica. Parlare di robot significa pensare automaticamente a Isaac Asimov (Io Robot, I Robot dell’Alba, e Tutti i miei Robot sono solo alcuni dei titoli della vasta produzione dell’autore in materia, che ha goduto di un ulteriore aumento di popolarità grazie alla realizzazione di film di successo come Io Robot) o in seconda analisi a Philip K. Dick (Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche? diventato una delle pellicole più famose della storia del cinema con Blade Runner), e infatti la Kazumi non manca di omaggiare il primo prendendo spunto dal romanzo Abissi d’Acciaio. Se la realtà del manga si ispira solo alla lontana all’ambientazione di Abissi d’Acciaio, in cui gli uomini hanno perso – volontariamente – la capacità di esporsi al cielo e al sole vivendo “sepolti” in immense città d’acciaio coperte iperfunzionali, costruite strato su strato e percorse da interminabili nastri trasportatori, dichiarando invece il suo debito nei confronti dell’elaborazione di questa idea, nel senso di perdita e ricerca da parte del genere umano, impiegata spesso nel cinema di fantascienza (il successivo Pale Cocoon ne è un esempio, che per altro mostra in comune con Canto del Cielo Perduto il desiderio spasmodico dei protagonisti per il cielo, nonché la “sorpresa” di non trovare esattamente ciò che ci si aspettava di trovare), citazione letterale dal romanzo di Asimov è la scena in cui l’androide Ciel estrae dal proprio stomaco il cibo ingerito, perfettamente riutilizzabile (la Kazumi ha solo “ingentilito” la scena, evitando la meccanica dell’apertura a sportello della parte anteriore del robot presente invece in Abissi d’Acciaio), e la ripresa della lettera “R”, che in Asimov stava per “robot”, come nome per l’antagonista di Ciel.

Le somiglianze con l’opera di Asimov, però, si fermano qui: chi si aspettasse di trovare le tre leggi della robotica nel manga o una riflessione sulle macchine rimarrebbe deluso; questo perché i robot della Kazumi risultano, tutto sommato, volutamente poco credibili, rivelando senza troppe difficoltà la loro natura di metafore. Yuana Kazumi parla della natura umana, quella robotica è semplicemente una condizione dell’essere. Non che in Asimov gli androidi non fossero uno strumento per portare a una discussione sull’umano, ma nel manga della Kazumi manca la coerenza presente nelle opere dello scrittore, la verosimiglianza; gli androidi di Canto del Cielo perduto sono puramente funzionali, molto spesso escono dalla metafora, si “scordano” di essere robot e agiscono semplicemente in considerazione del messaggio che l’autrice vuole comunicare.
Che siano “robot” o “vampiri”, o adolescenti “in preda al prurito” o “capaci di vedere il futuro coi sogni”, i personaggi inventati dall’autrice nipponica parlano sempre della stessa cosa: la difficoltà di rapportarsi agli altri e il disagio che nasce dall’essere “diversi”, disagio che non è possibile evitare, perché in quanto individui siamo tutti necessariamente distinti, ma che tende ad aumentare quando non si è “omologati”. È l’esistenza umana a essere vagliata dall’autrice: la sofferenza e il coraggio del vivere, la presa di coscienza e l’operosità nell’accettazione di se stessi e della realtà.
Tematiche che ricorrono ma che trovano nuove sfaccettature, che tendono a concentrarsi maggiormente su un punto o sull’altro a seconda del titolo considerato.

In Canto del Cielo Perduto a essere presa in analisi in modo particolare è la resistenza dell’individuo al ruolo che gli è assegnato, il “senso” dell’esistenza e la necessità di mantenere viva la propria coscienza nonostante la sofferenza.
Il messaggio del manga può essere rilevato già dal titolo, Canto del Sogno del Cielo (Sorayume no Uta, appunto): il cielo è sì perduto, come nella traduzione italiana, ma è anche “sognato”, usato nel senso di “desiderato fortemente”; la tensione dei personaggi verso ciò che sognano è quella di chi spera e crede nella non definitività data da quel “perduto”, nella possibilità, attraverso la volontà, di mutare le cose.
Il cielo è infatti ricercato perché figura dell’animo umano: come il cielo infinito, gli uomini, simbolicamente attraverso la sua ricerca, entrano nel campo della possibilità e della speranza, arrivano a spezzare le catene che li limitano e li confinano nel “finito”, rappresentato dal ruolo, dalla natura e dal contingente.
Di fronte al padre di Mana che grida alla figlia e al nonno che non ha senso né ciò che fanno né la loro esistenza, viene da chiedersi, come fa Ciel, cosa significhi non avere senso. È davvero necessario trovare un senso? O meglio, cosa determina il senso di un’esistenza? Un essere umano può smettere di avere senso, qualunque sia la sua condizione?
E qui la Kazumi rivolta abilmente l’interrogativo: non è piuttosto l’annullamento della coscienza individuale a comportare una perdita di umanità?

I genitori di Mana, estremamente “finiti” e in grado di ragionare esclusivamente attraverso un dato schema mentale, sono in fondo un’immagine di “robot”. Attaccati alla convenzione, alla propria situazione, al proprio ruolo, ne risultano infine accecati, finiscono per smarrire la propria umanità e per uccidere, così come Ciel torna a uccidere perché per un attimo perde la propria esistenza individuale a favore di un programma creato per quel determinato scopo. Non a caso il padre di Mana, subito dopo il parricidio, ci viene presentato come “fuori di sé”; nelle sue parole e nelle sue azioni c’è una componente di follia che viene dissipata solamente dal terrore, che segna un recupero dell’umanità da parte del personaggio (diverso il caso della madre di Mana, che fin dall’inizio ci appare più “umana”, proprio perché in preda alla paura data dalla consapevolezza dell’atto commesso), ed è significativo che proprio lui, che ha appena compiuto la stessa azione (la differenza è puramente quantitativa, ma agli occhi del padre di Mana diviene qualitativa) definisca “mostro” Ciel.
Per dirla con Goya: “il sonno della ragione genera mostri”.
E un mostro solamente può avere origine da un contenitore “vuoto” in cui personalità e coscienza vengono annullati: R, come viene modificato dalla dottoressa Hazuki (novella Frankenstein, ma anche novella Eva che si nutre del frutto della conoscenza del bene e del male, come è infatti rappresentata in una delle illustrazioni), è la macchina funzionale e fredda, che spaventa il suo stesso creatore.

Ed ecco dunque la risposta data all’interrogativo da Yuana Kazumi col suo manga: ogni essere umano in quanto tale ha senso, ognuno poi “colora” quel senso in maniera personale: a Ciel non basta sentire come un essere umano, deve affermare la propria umanità, riconoscere che avere una volontà individuale non è un difetto ma un bene prezioso.
Tuttavia l’affermazione della coscienza, della ragione, costa sofferenza nell’individuo e passa in ogni caso attraverso l’accettazione e la riconversione dei limiti interiori ed esteriori: come già in Fruits Basket, il “mostro” interiore va guardato in faccia; riconoscere il mostro significa anche non doverne più avere paura e averne il controllo. Ciel è infatti in grado di “pulire” una piccola parte di cielo solo dopo aver accettato la propria natura… in quel momento il segno che contraddistingue gli androidi assassini è presente sulla sua fronte, ed è utilizzando le proprie caratteristiche per un fine diverso rispetto a quello per cui erano state create che ottiene il risultato agognato (in questo senso può essere letta l’immagine di Ciel seduto con le ali disegnate dal sangue: ciò che originariamente era il suo limite diviene la sua forza).

Fortemente suggestive, potenti e simboliche risultano l’illustrazione di copertina e alcune tavole presenti nel manga: la Kazumi è essenzialmente un’illustratrice prestata al fumetto, le sue immagini tendono a caricarsi di significato. Lo stile dell’autrice, d’altra parte, si presta perfettamente al tipo di tematiche trattate, i suoi acquerelli vivono di un equilibrio stupefacente fra linea e colore, dove il colore tende a dilatarsi e la linea a contenere, dando l’idea che solido e liquido si confondano in una sorta di sostanza gassosa, che conferisce alle immagini un carattere “onirico”. Più difficile da apprezzare è la traduzione di questo stile nelle tavole in bianco e nero; qui l’equilibrio si trasforma in conflitto: il colore – rappresentato dai retini – si espande fuori dai contorni, e la linea, incapace di contenerlo, si fa angolosa e si spezza convertendosi a sua volta alla filosofia del colore andando a sovrapporsi ai retini. Il risultato sono tavole caotiche, che danno insieme l’impressione di ricerca estrema del particolare e trascuratezza, nelle quali spesso emergono dal disordine immagini estremamente curate, concepite come a se stanti, che rivaleggiano in bellezza con le illustrazioni a colori. Uno stile che spiazza, a cui bisogna abituarsi, ma che vanta anche diversi ammiratori (me compresa nonostante spesso mi colga l’esasperazione).

Le immagini di Ciel, R e della dottoressa Hazuki trattenuti da catene o bende, ben alludono alla condizione di prigionia dell’individuo. In particolare quella in cui Ciel è mostrato nudo, col segno da assassino in fronte e incatenato mentre davanti a lui si sgretola come un muro sottile l’immagine dell’androide gentile e “umano”, si carica di forza per l’affermazione successiva dell’androide che “recupera” come propria la personalità “costruita”, riconoscendo però anche l’esistenza di un io più profondo che smette di essere limitante. Lo stesso valore di “impedimento” assumono le bende, onnipresenti nella rappresentazione dei personaggi della Kazumi, qui e negli altri suoi manga, ma la benda, diversamente dalle catene, si presta anche ad altre due interpretazioni che combaciano con la caratterizzazione dei personaggi della mangaka: l’impedimento a vedere, come ulteriore motivo di freno per l’essere umano, e la sofferenza, il fatto di essere feriti dall’esistenza.
L’illustrazione di copertina di Canto del Cielo Perduto è decisamente notevole nella sua bellezza e costituisce l’unico tocco “orientale” in un manga che per disegno e per filosofia che ne sta alla base è invece prettamente occidentale (anche se alcune tematiche possono essere lette con un po’ di sforzo anche in chiave buddista…): l’asimmetria che la domina (nella versione originale, non in quella presentata dalla Star Comics) è già di per sé un elemento orientale, la non centralità dell’immagine tende a far focalizzare l’attenzione del riguardante sui due fuochi costituiti dalle teste di Ciel e R e dalle loro mani che accolgono un uccello meccanico rotto. L’uccello meccanico allude alla condizione dei due androidi: come loro infatti sviluppa un embrione di coscienza e afferma una propria volontà che lo porta a sfuggire all’automatismo e come loro finisce per soffrire per questo.
La disposizione delle due teste degli androidi richiama invece il simbolo dello Ying e Yang.
Ora, credo di aver visto numerose illustrazioni che presentavano la stessa posizione dei personaggi (Inuyasha e Kagome, Yuki e Kaname, etc.) ed è quindi probabile che quel tipo di composizione goda di un certo successo in Giappone al di là del suo significato (ma a ben vedere nei due esempi che ho citato i personaggi possono essere letti anche in chiave Ying/Yang), ma in questo caso credo che l’allusione sia voluta: Ciel e R costituiscono in effetti un “intero” come il secondo ci dice e inoltre sono speculari. Condividono lo stesso desiderio ma lo traducono in maniera totalmente differente compiendo scelte opposte.
Se Ciel agogna il cielo perché è infinito (e quindi il regno della possibilità, per chi è imprigionato nel ruolo) R (ma anche la dottoressa Hazuki) lo odia per lo stesso motivo: R teme tutto ciò che non ha limiti (l’infinito, l’eterno, etc.) perché mentre per Ciel l’infinito è ciò che dà, per R è ciò che sottrae; sottrae materialmente Ciel che non torna più da lui per esser andato a vedere il cielo e sottrae metaforicamente (con quel diventare “stelle” delle anime dei morti) le persone a lui care in un’esistenza destinata a sopravvivere a tutti gli affetti.
Avere a che fare con l’infinito per R significa soffrire, significa affrontare la perdita di se stesso e degli altri, il cielo comporta il rischio di un’individualità che si dissolva per mancanza di contorni (in questo caso le persone care che “segnano” la nostra esistenza) che la definiscano nel sempre uguale senza fine. Quell’individualità che Ciel trova nell’espandersi e nel liberarsi, R la trova nel contrarsi e nel legare (gli affetti a sé). Ma il timore dell’infinito e dell’eterno di R (e della dottoressa Hazuki soprattutto) è in realtà il timore dell’esatto opposto, della limitatezza e del transitorio: solo accettando il mutamento e la possibilità di espandersi senza perdersi, R sarà in grado di guardare al cielo come ad una promessa.

In definitiva Canto del Cielo Perduto porta coerentemente a termine il proprio messaggio, le sue pecche maggiori, più che nella gestione delle tavole, meno caotica che nelle opere successive della Kazumi, si hanno nella gestione della storia. D’altra parte la stessa autrice nel free talk finale spiega come si sia trovata a lavorare dovendo far fronte in corso d’opera a diversi spazi assegnati, che l’hanno portata prima ad accorciare, poi ad allungare la vicenda, dovendo comunque tralasciare elementi che le sarebbe piaciuto sviluppare.
A chi si accingesse a pensare all’acquisto non saprei cosa dire: personalmente amo l’opera di quest’autrice, ma sono conscia del fatto che i suoi lavori mancano di maturità e il suo stile può non piacere a tutti; inoltre nei suoi manga sembrano apparire alcune situazioni stereotipate che in molti suscitano antipatia, ma che in realtà sono puramente funzionali al tipo di ragionamento condotto: i personaggi che perdono la memoria, perennemente presenti nell’opera dell’autrice non sono un trucco narrativo utilizzato per risolvere le situazioni, ma un’immagine dell’incapacità dell’essere umano di sopportare il dolore, e una fuga rispetto a una realtà troppo brutta per essere guardata in faccia. Così il ritorno della memoria, lo “svegliarsi”, il “guarire”, sono per la Kazumi un’occasione di confronto con il reale che richiede coraggio, ma che raramente dà esiti tragici.

 

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