Il poema del vento e degli alberi (Kaze to ki no uta) di Keiko Takemiya

A cura di Emy (review) e Marianeve (immagini)

Titolo: Kaze to ki no uta
Tradotto: Il poema del vento e degli alberi
Autrice: TAKEMIYA Keiko
Categoria: Shoujo

:: Il manga in Giappone ::
Numero di volumi: 17 -concluso
Casa editrice: Shougakukan (Flower Comics)
Anno di pubblicazione: 1977-1984

:: Il manga in Italia ::
Titolo: Il Poema del vento e degli alberi
Numero di volumi: 10 -concluso
Casa editrice: J-Pop
Pubblicato a partire da: Dicembre 2018
Costo: 10 euro a volume.
In occasione di Lucca Comics 2018 l’intera serie, composta da 10 volumi, è stata resa disponibile dalla casa editrice, in anteprima e comprensiva di raccoglitore, al costo di 100 euro.

:: Curiosità ::
Com’è noto da un’intervista rilasciata a Matt Thorn, sia “Thoma no shinzou” di Moto Hagio che “Kaze to ki no uta” di Keiko Takemiya sono stati ispirati da “Le amicizie particolari”, film francese del 1964 diretto da Jean Delannoy (a sua volta ispirato dall’omonimo romanzo del 1943 di Roger Peyrefitte). Il protagonista del film è interpretato dall’attore Francis Lacombrade, il cui cognome è stato utilizzato dalla Takemiya per il collegio francese in cui è ambientata la vicenda del suo manga. Sia il film che il romanzo trattano l’amore platonico tra due adolescenti in un istituto religioso, narrando la vicenda con grande eleganza.

:: Anime ::
Il Poema del Vento e degli Alberi
VHS Yamato Video, £ 34.500; DVD Yamato Video, 12 euro.
Nel 1987 Shogakukan e Herald Enterprise (la compagnia che ha prodotto “Ran” di Akira Kurosawa) produssero un breve OAV del “Kaze to ki no uta”. Con i suoi 60 minuti di animazione questo video corrisponde più o meno ai primi tre volumi della prima edizione del manga originale: un Serge ormai adulto, in un giorno d’autunno, fa visita al collegio Lacombrade e qui entra nella stanza che per tanto tempo aveva diviso con Gilbert (di questa visita non v’è cenno nel manga -ndr). Qui comincia il viaggio nei ricordi: il primo incontro con Gilbert e i primi conflitti con lui, i compagni di scuola, i giorni dell’adolescenza, fino all’esito della vicenda, di cui rimane nell’OAV solo un frammento fugace. Terminato questo viaggio nel passato, Serge si avvia per allontanarsi dal collegio, non senza un significativo e ultimo ricordo del compagno più caro. Inevitabile il confronto con il manga: quest’ultimo è decisamente più estremo, anche perché gli avvenimenti si fanno più esasperati soltanto *dopo* le vicende narrate nell’OAV. Ma la versione in celluloide resta comunque indimenticabile, grazie a una veramente ottima regia di YAS (“Arion”, “Crusher Joe”, “Venus wars”… praticamente una garanzia!), spalleggiato dalla valida Sachiko Kamimura (“Arslan”, “City Hunter”). Indimenticabili i colori, evocative le musiche, arricchite da un’oculata scelta operata tra il repertorio di Chopin. Disponibile nelle videoteche italiane grazie alla Yamato Video, questo titolo è un autentico gioiello: imperdibile se siete appassionati d’animazione a 360 gradi.

Storia
“Kaze to ki no uta” è senz’altro lo shoujo manga più noto di Keiko Takemiya. È un’opera imponente, che si articola nella sua prima edizione in diciassette volumi ricchissimi di eventi e personaggi. Quella che segue è una sinossi non dettagliata della trama, che tiene conto a grandi linee dei personaggi principali e degli eventi che li vedono coinvolti.

È l’autunno del 1880 nei pressi di Arles, nella Francia meridionale.
Una giornata di pioggia investe Lacombrade, il cattolicissimo collegio esclusivamente maschile che comprende le scuole inferiori e superiori. Gilbert Cocteau ha quattordici anni, i capelli biondi come l’oro, le labbra rosse come una ragazza: in quella che è una vera e propria scena da antologia della storia del manga, nelle prime pagine dell’opera lo vediamo risvegliarsi al fianco di Brohut, uno degli studenti più grandi, nonché uno dei suoi amanti. Gilbert esce dal letto di Brohut e, dopo un breve tratto superato con fiera andatura, entra nell’ufficio del preside per concedersi senza falsi pudori al maturo capo dell’istituto.
Ma un altro studente sta facendo proprio in quel momento il suo ingresso a Lacombrade: Serge Battour che, appena arrivato, viene introdotto al cospetto del preside. È così che Serge vede per la prima volta Gilbert, in piedi dietro il rettore del collegio, la camicia ancora sbottonata: la prima impressione che ne ricava non è certo positiva.
Poco dopo Serge conosce il professor Watts: questi, gentile e premuroso, gli dice di essere stato, a suo tempo, amico di suo padre, il Visconte di Battour. Serge informa Watts che il padre è morto, così come la madre; il ragazzo perciò è a tutti gli effetti, essendo l’unico erede maschio, il Visconte di Battour, e questo anche se è nato da un matrimonio irregolare: sua madre, Paiva, era una zingara e una prostituta, di cui il giovane visconte, Aslan Battour, si era innamorato al punto da lasciare titolo e fortuna per vivere con lei una vita semplice, in Tirolo.
Aslan fu a suo tempo anch’egli allievo di Lacombrade e Serge si trova appunto nel medesimo collegio per seguire le ultime volontà del padre.
Il giovane, nobile di natura e di indole gentile, viene ben presto accettato dai compagni, tra cui si distinguono Carl, il sorvegliante di classe, e Pascal, il sapientone della scuola. Le doti di Serge in seguito appariranno palesi: oltre a eccellere nell’equitazione, egli è anche meravigliosamente dotato nell’arte di suonare il pianoforte, come del resto già suo padre prima di lui. Tutto filerebbe nel migliore dei modi se Carl non gli assegnasse come compagno di stanza proprio Gilbert Cocteau.
Gilbert in effetti aveva già tentato, in precedenza, di conquistare il povero Carl che, scopertosi attratto dall’esperto seduttore, era stato assalito da una serie di dubbi morali. Nella sua incertezza, Carl aveva assegnato a Gilbert un compagno come Serge, ossia un ragazzo retto, moralmente ineccepibile, con la segreta speranza che il giovane dissoluto si facesse da lui ricondurre a una vita più ordinata. Ma le cose non vanno come Carl aveva sperato: Gilbert cerca fin dal primo momento di allontanare Serge, mostrandogli apertamente ostilità. Non sortendo alcun effetto, Gilbert arriva persino a convincere uno studente delle superiori, Jacques Dren, a sbarazzarsi di Serge, dopo averlo stordito nel sonno, di notte. Tuttavia Dren ha in mente un suo piano: dopo aver stordito il compagno di stanza, come stabilito, assale Gilbert per prendersi la ricompensa promessa… è così che l’ingenuo Serge, cui erano state nascoste le abitudini di Gilbert, è costretto a fare i conti con la realtà dei fatti, e nella maniera più drammatica… la stessa notte, svegliatosi all’improvviso, assiste suo malgrado al tentativo di stupro ai danni di Gilbert. Ma il figlio di un visconte non si lascia intimorire facilmente: Serge non solo caccia in malo modo Dren dalla camera, mette anche in chiaro le cose con il compagno di stanza, fino a quel momento a lui così avverso.
Ecco perciò che nella testolina del “diavolo” di Lacombrade si fa strada un nuovo piano: sedurre il candido Serge. A tal fine metterà in atto ogni astuzia e calcolo sopraffino, tutto pur di raggiungere il suo scopo: smascherare l’ipocrisia di chi, come Carl e Serge, si crede “puro” e onesto. Si instaura così un bel rapporto conflittuale tra l’onesto Serge, tutto volto a sentimenti idealistici, e il diabolico Gilbert, che conosce solo il desiderio dei sensi: questo rapporto corpo/anima stabilirà tra i due, lentamente, un legame fortissimo e indissolubile; legame scandito dai continui tentativi di Serge di ricondurre il compagno a un’esistenza “normale” (dove “normale” non significa “eterosessuale”, bensì una vita fatta di rapporti formativi, d’amicizia e di comunicazione col prossimo… ). Gilbert è infatti totalmente incapace di instaurare rapporti col mondo esterno senza il coinvolgimento -totale o parziale- dei sensi: sedurre significa esistere per lui.
Serge (manovrato ad arte da Gilbert) dapprincipio comincia a sentire compassione per il compagno di stanza, per la sua condizione di eterna potenziale vittima del desiderio e delle meschinità di chi vive attorno a loro. Gilbert, difatti, affidato alla tutela dello zio Auguste Beau, celebre poeta, è disprezzato dai compagni a causa delle sue tendenze palesemente omosessuali: tutti ne conoscono le abitudini, ma le tollerano a causa delle cospicue donazioni di Auguste al collegio. La bellezza androgina del ragazzo, però, è tale da non lasciare nessuno indifferente: praticamente al muovere di ogni passo attira sguardi, maldicenze e… sospiri di desiderio.
Il sentimento di Serge per Gilbert matura tra dubbi e incertezze, fin quando, una notte, di ritorno da una gita scolastica, Serge vede il compagno tornarsene a notte inoltrata dopo un incontro con Brohut. Avendo constatato che il ragazzo non ha alcuna intenzione di rinunciare alle sue pratiche, Serge finisce col chiedergli se gli piaccia davvero fare “quelle cose” con Brohut. È un’occasione d’oro per Gilbert (a sua volta turbato da Serge più di quanto il suo orgoglio non gli permetta di ammettere), che non solo professa il suo credo (il contatto della pelle, il calore del desiderio che invade il corpo), ma si avvicina a Serge e lo bacia: Serge ne è totalmente sconvolto. Come se non bastasse, durante la notte, vede Gilbert avvicinarsi al suo letto… e sente un profumo dolcissimo. L’indomani l’accaduto sembra essersi dissolto come un sogno… rimane solo il profumo di Gilbert come riprova di quel che è avvenuto nella stanza (*cosa* sia avvenuto di preciso tra i due, non si sa).
Tutto muta con l’entrare in scena di Auguste Beau, tutore di Gilbert: Auguste è un sadico, un esteta della perversione. Egli ha educato il nipote per farne l’incarnazione stessa della sensualità: lo considera perciò come un qualcosa di totalmente suo. Ciò che l’uomo ha insegnato al ragazzo è che il massimo piacere e il massimo dolore sono l’unica realtà, e dare e ricevere piacere e dolore è l’unico modo di amare. In verità anche il passato di Auguste è denso di ombre nerissime: fin dall’infanzia fu costretto a subire sevizie e stupri da parte del fratellastro maggiore e dei suoi amici depravati… nella sua famiglia, ricchissima, tutti sapevano quel che accadeva ma nessuno faceva niente per impedirlo. In seguito il fratello, diventato un grasso mercante, sposò la bella Annemarie, ma Annemarie sedusse Auguste: i due amanti vennero colti in flagrante dal marito di lei, sicché Auguste venne punito duramente (marchiato a fuoco, porterà per tutta la vita una cicatrice sul corpo). A ogni modo, è proprio in seguito al rapporto tra Auguste e Annemarie che nasce Gilbert. La sua stessa nascita avviene quindi in circostanze poco chiare e per questo il bambino è immediatamente rifiutato da quella snaturata che si ritrova per madre, la quale avrà sempre un atteggiamento gelido nei suoi confronti. Gilbert nei primi anni di vita cresce tra la servitù, ma in seguito è Auguste che, notata la sua bellezza, se ne prende cura. Così Auguste (che con ogni probabilità è proprio il padre di Gilbert, anche se la cosa rimane ambigua) impietosamente lo “educa” fin dalla più tenera età secondo i suoi scopi… non è ancora adolescente, che Gilbert viene stuprato -col tacito consenso di Auguste- da Bonnard, un uomo che in seguito si pentirà del suo gesto e cercherà di aiutare il ragazzo. Lo stupro è vissuto da Gilbert in modo altamente drammatico, ed è l’intervento di Auguste (che passa la notte con lui) che lo salva dalla pazzia. All’età di undici anni, infine, Gilbert entra a Lacombrade per volere dello zio… (fin qui poco più dei primi due volumi dell’edizione italiana).

Il significato storico
Il Poema è il primo manga shounen ai: da qui si può intuire la sua importanza nell’ambito del fumetto giapponese. Per la prima volta, da che apparve su rivista nel 1976, due ragazzi venivano raffigurati, senza mezzi termini, a letto. Come se ciò non bastasse, di seguito assistiamo a stupri, sodomia, pedofilia, sadismo e masochismo, violenze aberranti: anche se non mancano i momenti romantici, gli elementi di un fumetto “nero” ci sono tutti. È un’opera difficile, estrema, che la grafica di stampo tezukiano prova, ma non riesce del tutto a mitigare. Riusciamo a capire perché nel 1976 quelle pagine furono uno shock per i lettori giapponesi… Tutto quel che nelle opere della Hagio era solo suggerito, nel Poema veniva mostrato senza veli. Certo da allora le cose sono cambiate: oggi un pubblico smaliziato, abituato a scene più esplicite nella grafica e nei contenuti, difficilmente si scandalizzerebbe per le vicende del collegio Lacombrade, eppure ancora oggi il Poema è una lettura difficilissima, tanto che non la si consiglierebbe con animo sereno a tutti. Keiko Takemiya ha dichiarato che ogni fumetto è destinato a diventare obsoleto, perché rispecchia i gusti e le tendenze del pubblico, e quest’ultimo muta in continuazione. Molto giusto. Eppure, nonostante sia un manga che appartiene senz’altro agli anni ’70, il Poema, a dispetto di quella dichiarazione, non è invecchiato, anzi. Il motivo risiede forse nel fatto che -oltre a essere il primo shounen ai nella storia del manga- il Poema è, semplicemente, un grande capolavoro.

La grafica può considerarsi esemplare degli stilemi degli anni ’70: una certa bidimensionalità ed esasperazione nella resa dell’anatomia; ancora non dettava legge l’uso del retino: al suo posto troviamo tratteggi o altri riempitivi eseguiti a mano. Ma, per quanti difetti si possano presumere di trovare, non si può che arrivare a un’unica conclusione: non esiste grafica migliore, per raccontare *questa* storia. Testo e disegni vivono in perfetta simbiosi, l’uno assolutamente funzionale all’altro; gli sfondi rispondono sempre all’appello (a differenza di altri autori, anche contemporanei); del retino non se ne sente la mancanza: le tavole sono meravigliosamente equilibrate; ambientazioni e scenografia sono precise (la meticolosità nella documentazione è e sarà sempre uno dei maggiori pregi di quest’autrice); la voglia di sperimentare nuove inquadrature, nuove alchimie nella composizione delle vignette, è esaltante. Durante il corso del manga, infine, la grafica si evolve: il tratto corposo diventa sempre più sottile, perdendo in equilibrio ma guadagnando in personalità e in espressività. Eppure, nonostante tutte le sue evoluzioni, il tratto di quest’autrice non tradirà mai quella primitiva rotondità che Tezuka mediò da Disney: la dolcezza e la morbidezza delle sue linee curve la rendono famosa come l’autrice che più di altre ha saputo graficamente esprimere la sensualità, nel fumetto.

Considerazioni
Se con il mio povero riassunto sono riuscita a rendere anche solo una pallidissima eco di quello che effettivamente il Poema *è*… allora sono stata molto fortunata.
Ci troviamo di fronte a un esempio lampante delle incredibili potenzialità espressive degli shoujo manga: Takemiya sensei ci porta sui binari della letteratura disegnata, poiché tutto ci porta oltre il campo degli shoujo e del manga, e forse anche oltre il campo del fumetto, eppure questo è un *fumetto* ed è uno *shoujo manga*, senza ombra di dubbio, dal momento che ne segue fedelmente i codici espressivi. I richiami letterari e cinematografici per un europeo sono, solo a un’occhiata superficiale, infiniti: da De Sade passando per Oscar Wilde, arrivando al “Maurice” di Forster e oltre, prefigurando “Poeti dall’inferno” di A. Holland. Eppure quest’opera ha un’anima del tutto indipendente: una struggente malinconia, una sensazione autunnale, inesprimibile, di decadenza… il mono no aware che è il sentimento della fugacità dell’esistenza e che è la sostanza di una parte significativa della letteratura giapponese. Il che rende necessario un avvertimento: non lasciatevi trarre in inganno dai disegni, così morbidamente tezukiani! Perché il Poema è un’autentica stilettata al cuore, inflitta con una precisione e una lucidità tali che i cosiddetti “manga neri” riescono soltanto a sognare.

Infine, qualche nota sull’edizione italiana, che si può definire preziosa per qualità dei materiali e cura editoriale. Sono presenti pagine a colori, tavole parzialmente o integralmente colorate e persino un episodio finale non compreso nelle prime edizioni del manga, essendo stato realizzato per essere raccolto in un artbook. In definitiva: un’opera imperdibile per chi ama leggere e collezionare capolavori.

Warning Spoiler!

Ogni dettaglio è rappresentato con cura dall’autrice, per cui anche i personaggi secondari trovano il giusto spazio in quest’opera, diventando in qualche occasione addirittura protagonisti. Così un volume intero è tutto per la tormentata storia d’amore tra Aslan e Paiva, i genitori di Serge (lui visconte e lei prostituta): in un excursus scopriamo che Aslan ha in un’occasione persino incontrato a Lacombrade il giovane Auguste, anch’egli studente del collegio. Ma sono senz’altro i due giovani protagonisti a dominare la scena, come ci ricorda la metafora presente nel titolo (tipica degli anni ’70), vero leit-motiv ossessivo e ricorrente per tutta l’opera.
Serge è come un albero, e come un albero mette radici, poiché ha bisogno di fermarsi, di costruire: un albero può certo crescere, una volta trovato il terreno adatto (“Siamo giovani alberi che crescono sferzati dal vento” -dirà Aslan Batour a Serge bambino).
Gilbert è il vento, non c’è alcun dubbio: nel manga lo vediamo sempre vagante, in movimento. Come il vento non può certo fermarsi su un solo albero, così Gilbert prosegue la sua corsa infinita, senza fermarsi neanche su Serge, cui pure si sentirà legato più che agli altri. Nonostante i due siano coprotagonisti, al centro del coro dei personaggi veniamo attratti soprattutto da lui: Gilbert. È lui il chiodo fisso della Takemiya: delle illustrazioni del Poema, oltre i tre quarti sono a lui dedicati. Con Gilbert e il collegio il Poema inizia, con Gilbert e il collegio il Poema muore. Ma chi è Gilbert? Cosa rappresenta?
Ebbene, per saperlo con sicurezza, bisognerebbe essere giapponesi e bussare alla porta della Takemiya.
Quel che è certo è che questa autrice non ha avuto remore, dipingendo Gilbert, di dipingere attraverso di lui tutte le brutture, le violenze, le aberrazioni dell’animo umano. Scandaglia in profondità il lato più oscuro dell’abisso, e poi lo trasfigura nel volto perfetto di un innocente, eterno, efebico, adolescente. Gilbert non diverrà mai adulto. Rimarrà nella dimensione del sogno, del rimpianto, del desiderio: simbolo del dramma della fine dell’adolescenza, vivo in ognuno di noi, quando varchiamo quella linea d’ombra che separa dal mondo degli adulti. Noi lo lasciamo andare e rimaniamo con Serge, seguiamo i nostri passi e proseguiamo la nostra vita quotidiana (non senza rivolgere, assieme a lui, un sospiro, di tanto in tanto).

 

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