Gli Shoujo Manga

A cura di Martina ed Emy

Lo Shoujo Manga Outline nasce nel lontano 2000 per promuovere in Italia i fumetti giapponesi rivolti in origine a un pubblico femminile ma apprezzabili da un pubblico eterogeneo. Oggi il nostro obiettivo è premiare le serie di qualità – shoujo, ma anche josei e BL [1]- con recensioni, immagini e rubriche. Riteniamo importante andare oltre la visione spesso riduttiva che l’Italia ha di questa produzione, e fornire una “panoramica” (questo il significato di outline) più fedele a quella giapponese.

I manga 

“Ribon no kishi” di Osamu Tezuka.

Il termine “manga” non ha un’origine chiara, viene usato già alla fine del Settecento ma compare in modo più consistente nell’Ottocento quando il noto incisore Hokusai usa i due ideogrammi, “man” (“involontario, senza ragione”) e “ga” (“immagini”) per indicare le sue raccolte di schizzi, ritratti e illustrazioni a tema vario. [2]
Attualmente il termine “manga” indica qualsiasi opera a fumetti e, in Giappone, viene spesso sostituito dal termine comic (nella translitterazione giapponese “comikku”) anche per indicare le produzioni nazionali.

Al contrario di quanto avviene in Occidente, in Giappone i fumetti vengono letti a partire dall’infanzia fino alla mezza età e da entrambi i sessi.
La maggior parte dei manga è in bianco e nero, viene prima pubblicata su rivista (intesa come “usa e getta”) e poi in volumetto monografico da collezione.
Ogni rivista, come stabilito dalla casa editrice, si rivolge a un target ben preciso e può trattare dei generi più disparati: dal sentimento all’azione, dai giochi d’azzardo al lavoro d’ufficio, dall’erotismo alla vita casalinga.

Complessivamente, i manga rappresentano un terzo delle vendite totali di tutte le pubblicazioni giapponesi. Nel 2001 sono stati venduti quasi 2 miliardi di manga (in rivista e volume monografico) fatturando circa 531 miliardi di yen. [3]
A essi è legato un vasto mercato che comprende cartoni animati, telefilm, CD musicali e recitati, videogiochi, artbook e altro merchandising ispirato ai manga più popolari.

Le origini del fumetto in Giappone vengono fatte risalire all’epoca Meiji (1868 – 1912) in riferimento ai primi disegnatori stranieri che furono attivi in Giappone.
Vi è tuttavia una lunga e ricca tradizione che ha dato vita agli antecedenti dei manga attuali: a partire dai fascicoli e rotoli illustrati delle epoche Kamakura (1185 – 1333) e Muromachi (1336 – 1573), fino al periodo Tokugawa (1603 -1868) in cui la narrativa popolare aveva un rapporto ancora più stretto con l’illustrazione. [4]

Figura essenziale nello sviluppo del manga attuale è Osamu Tezuka (1928 – 1989), il padre del “manga” inteso come racconto a fumetti sviluppato in lunghezza e in azione, con una trama compiuta che dà particolare rilievo all’individualità dei personaggi.
I film europei e le opere targate Disney influenzarono la sua scelta di adoperare la tecnica del cinema, con prolungate scene d’azione, primi piani e inquadrature d’angolo. Secondo Tezuka, il difetto dei manga del passato era quello di essere: “disegnati come drammi da palcoscenico, dal punto di vista di una proiezione orizzontale. Questo rendeva impossibile la descrizione psicologica e toglieva forma espressiva.” [5]

Note:
[1] I Josei sono i fumetti rivolti principalmente a un pubblico femminile tra i 18 e i 30 anni. BL sta per Boys Love, storie che focalizzano l’amore tra ragazzi (entrambi di sesso maschile): comprende Yaoi (che di norma presenta scene esplicite) e shounen ai (non presenta scene esplicite e può avere trame più articolate).
[2] Gli ideogrammi sono simboli che rappresentano parole e significanti. Quelli usati in Giappone si chiamano kanji e sono di origine cinese.
[3] Dati dall’edizione 2002 dello “Shuppan shihou nenpyou”, il rapporto annuale delle pubblicazioni.
[4] Maria Teresa Orsi, Storia del fumetto giapponese, primo volume, Venezia, Musa Edizioni, 1998, p.3
[5] Tezuka Osamu, “Watashi no jinsei gekijou”, Tokyo Shinbun, 1967.

 

Gli shoujo manga

Definizione

Il termine shoujo manga è usato per i fumetti rivolti a ragazze che hanno meno di 18 anni, ma può anche indicare tutti i manga che sono indirizzati a un pubblico femminile.

“Crystal Dragon” di Yuuho Ashibe, uno shoujo manga ricco d’azione.

Uno shoujo manga è tale se è stato pubblicato su una rivista per ragazze: si tratta di una classificazione che avviene in base al pubblico e non al contenuto o allo stile.
Tra i lettori occidentali questo concetto sembra piuttosto difficile da afferrare. Ancora oggi alcuni manga-fan italiani credono che “shoujo” indichi tutti i manga che si incentrano su una storia d’amore. Similmente, altri si rifiutano di chiamare “shoujo” i fumetti per ragazze che rientrano nel genere fantasy o d’azione. [6]
Sebbene il lato sentimentale delle vicende abbia di solito particolare rilievo, gli shoujo comprendono svariati generi: fantasy, horror, azione, avventura, erotico, sportivo, storico, umoristico, etc. È quindi sbagliato dire che “un manga è molto shoujo” o “è uno shoujo ma ha elementi d’azione”.

Una generica “differenza” tra gli shoujo e gli shounen manga (fumetti per ragazzi) può essere sintetizzata in due concetti: per gli shoujo la parola chiave è “relazioni interpersonali”, per gli shounen è “conquista”. Mentre i ragazzi usano i fumetti come simulazione di un obiettivo da realizzare, le ragazze li utilizzano come simulazione di relazioni interpersonali. [7]

Masako Watanabe

Per quanto riguarda il lato grafico, da più parti gli shoujo manga sono stati ingiustamente ingabbiati in una definizione che è in realtà inapplicabile. Secondo tale visione erronea, tutti gli shoujo manga dovrebbero avere le seguenti caratteristiche: abbondanza di decorazioni floreali, assenza di sfondi, tavole ariose o semivuote, tratto sottile e personaggi dagli occhi enormi e luccicanti.
Naturalmente esistono shoujo manga con tali caratteristiche, soprattutto se si guarda alla produzione del passato. È altresì vero che generalmente le tavole degli shoujo manga presentano una maggior frammentazione rispetto alle controparti maschili.
Ma rimane impossibile stabilire dei canoni grafici da applicare a tutti gli shoujo manga. Si tratta di una produzione così vasta e longeva che ogni stereotipo trova centinaia di smentite.

Autrici e lettrici

Maki Miyako,1965

Dalla fine degli anni ’60 in poi quasi tutti gli shoujo manga sono stati realizzati da donne, esattamente l’opposto di quanto accadeva nel dopoguerra, quando il genere si è sviluppato.

Secondo un recente sondaggio del quotidiano Mainichi Shinbun, il 42% delle donne giapponesi tra i 20 e i 49 anni legge fumetti con una certa regolarità. Sono ben più numerose (circa tre quarti) le ragazze sotto i 20 anni che leggono manga.
Ogni mese vengono pubblicate un centinaio di riviste che serializzano manga rivolti a un pubblico femminile, le più vendute sono quelle che si rivolgono a bambine e giovani ragazze come “Ribon” e “Nakayoshi”.

Sebbene in Giappone i maschi che leggono shoujo manga siano una minoranza, molti sono dell’opinione che un buon shoujo manga sia apprezzabile da qualsiasi tipo di lettore. Sono di gran lunga più numerose le ragazze che oltre a leggere shoujo manga leggono fumetti rivolti al pubblico maschile.

Mizuno Hideko

Storia e tendenze [8]

Anni ’50
I primi shoujo manga appaiono nel 1950, contemporaneamente agli shounen, e consistono in strip umoristiche dalla struttura molto semplice. È stato Osamu Tezuka, con “Ribon no kishi”, a introdurre una storia più articolata che comprende generi diversi.
In questi anni la maggior parte degli shoujo manga si rivolge a bambine delle elementari ed è creata da uomini, alcuni dei quali si sono poi rivelati delle figure di spicco in altre direzioni: Shotarou Ishinomori, Fujio Akatsuka e Leiji Matsumoto.
Il numero delle mangaka donne si conta sulle dita di una mano, ecco alcuni nomi: Watanabe Masako, Hideko Mizuno e Miyako Maki. Le loro storie hanno per protagoniste delle bambine delle elementari e si dividono in 3 categorie: commedia umoristica, horror e strappalacrime. Le relazioni madre-figlia hanno un ruolo preminente mentre le storie d’amore sono piuttosto rare vista la tenera età delle protagoniste.

Olimpia no uta di Machiko Satonaka

Anni ’60
Nel 1963 il rivoluzionario cambio di serializzazione degli shoujo da riviste mensili a settimanali determina la richiesta di un maggior numero di artisti.
È ormai chiaro che le mangaka donne sono più abili degli uomini nell’incontrare le richieste delle lettrici (ora cresciute) e quindi incrementare le vendite.
Il debutto che più degli altri attira l’attenzione è quello di Machiko Satonaka, il cui primo manga appare nel ’64, quando l’artista ha appena 16 anni. Questo spinge tantissime ragazze della sua generazione a tentare la via professionale. Debuttano inoltre Waki Yamato, Yasuko Aoike e Minori Kimura.
In un batter d’occhio, manga di tutti i tipi incominciano a vendere come non era mai accaduto prima e il numero delle riviste aumenta drasticamente. Alla fine degli anni ’60 le mangaka donne hanno monopolizzato il filone shoujo e gli artisti uomini, incapaci di competere, abbandonano il genere per dedicarsi esclusivamente ai manga per ragazzi.
Mentre per gli shounen manga la rivista settimanale rimane il formato tradizionale, per gli shoujo manga torna a imporsi il formato mensile. Questo perché la rivista settimanale spingeva le autrici a concentrarsi sull’azione e a lavorare a un ritmo che impediva di raggiungere la profondità che molte di esse ricercavano.
Da allora le autrici hanno la possibilità di disegnare episodi più lunghi a un ritmo meno febbrile, sviluppando con più cura i rapporti tra i personaggi, gli stati d’animo e le ambientazioni.

Keiko Takemiya

Anni ’70
Fin dai primi anni ’70 l’attenzione viene catturata da un gruppo di giovani mangaka conosciute come ”Le favolose del 49” perché molte di loro erano nate nel 1949. Le più importanti sono Riyoko Ikeda (autrice di Versailles no Bara/Lady Oscar), Keiko Takemiya (Kaze to Ki no Uta/Il poema del vento e degli alberi), Moto Hagio (Thoma no Shinzou), Yumiko Ooshima e Ryouko Yamagishi. Queste mangaka incominciano a sperimentare nuove tematiche, storie e stili, rifiutando i limiti della definizione tradizionale di shoujo manga, rivolgendosi a lettrici più adulte. Introducono nuovi sottogeneri come la fantascienza e il fantasy ed esplorano alcune delle più importanti questioni sull’esistenza umana.
Rivoluzionano gli shoujo manga affrontando tematiche come l’identità sessuale e dando vita al sottogenere conosciuto come ‘shounen ai’ (amore tra ragazzi).
Anche le storie d’amore tra i due sessi subiscono un cambiamento: molte storie drammatiche furono sostituite da commedie scolastiche più allegre, con ragazze giapponesi come protagoniste. Fu sempre in questi anni che gli shoujo ambientati in Occidente, soprattutto nei secoli passati, ebbero la più grande diffusione.

Tsukue wo Stage ni, manga di Taku Tsumugi

Anni ’80
Già alla fine degli anni ’70 gli shoujo manga avevano cessato di essere un genere omogeneo e monolitico. Sottogeneri come il fantasy, l’horror, la fantascienza, lo sport o le storie che si incentrano sull’amore omosessuale tra due ragazzi, si erano affermati definitivamente distinguendosi dalle commedie sentimentali tradizionali. Le stesse storie d’amore erano divenute più sofisticate e meno soggette ai tabù e agli stereotipi, rappresentate in modo realistico.
Le protagoniste cominciano a trasformarsi in personaggi liberi, spensierati e leggermente incentrati su di sé, ben diverse dalle eroine di un tempo, sempre pronte al sacrificio.
Mentre buona parte della nuova generazione di mangaka continua a seguire i grandi temi introdotti dalle “favolose del ’49”, altre (tra cui Taku Tsumugi) spostano l’attenzione sulla vita di tutti i giorni, esaminando dettagliatamente le vite interiori dei loro personaggi. Al centro di queste storie sono quindi ragazze qualsiasi del Giappone contemporaneo, molto simili alle loro lettrici.
Dato che l’età delle lettrici di manga continua a crescere, negli anni ’80 si impone una maggior specializzazione e un target più specifico di lettrici, divise rigorosamente per età.
Il mercato diventa ancora più complesso per la crescente richiesta di manga nei quali possano rispecchiarsi le donne adulte. Le prime riviste di questo tipo appaiono nei primi anni ’80 e si rivolgono a giovani impiegate e casalinghe.
Il contenuto era per molti aspetti simile alle soap opera americane, si trattava generalmente di storie piatte e superficiali. Verso la fine degli anni ’80 diventa chiaro che questa formula piace soltanto a una piccola parte di lettrici, le case editrici si rendono conto che molte giovani donne non comprano questi nuovi “ladies comics” ma le stesse riviste che amavano alle superiori.

Una cover del 2001 di “Be Love”, una delle più famose riviste di Ladies Comics.

Anni ’90
Le case editrici, avendo compreso l’errore di proporre alle donne adulte soltanto dei manga-soap opera, incominciano a proporre una varietà di sottogeneri indirizzati a delle specifiche “tipologie” di donna. Essi spaziano dalle pubblicazioni più alternative come “Feel Young” fino al conservativo e vendutissimo “YOU”, al pornografico “Comic Amour” o alle riviste dedicate a temi come la gravidanza e la crescita dei bambini.
I magazine che trattano di shounen ai/yaoi sono protagonisti di un vero e proprio boom: molti di questi manga sono decisamente più espliciti rispetto a quelli del passato, e i motivi di questo successo sono molteplici. Qui viene descritto il sesso per come è, come impulso, piuttosto che come una fonte di turbamento e vaga paura, o dal fine procreativo. Fanno la loro comparsa temi scabrosi come lo stupro, l’incesto e la prostituzione. Molti studiosi fanno notare che nelle vicende in cui i protagonisti sono maschi, le lettrici possono leggere senza angoscia, senza il peso dell’identificazione.
Ma vengono infrante nuove barriere anche nel campo degli shoujo manga veri e propri: riviste come “Cheese!” (edita dal ’96, di Shougakukan) spesso affrontano temi tabù e presentano scene di sesso esplicito pur avendo per protagoniste (e lettrici) delle ragazze minorenni.

Shoujo o shojo?
Innanzitutto, è bene specificare che la pronuncia è una sola: [sciogio] con “scio” di SCIOcco e “gio” di GIOco.
“Shoujo” non è l’unica translitterazione per l’ideogramma di “ragazza”: sono ammesse anche shôjo, shoojo e syoozyo. Tutte le case editrici italiane usano la parola “shojo”.
Questo sito utilizza la parola “shoujo” per quattro motivi:
1) “shojo” in giapponese significa *vergine* e presenta un kanji diverso da quello di “shoujo”;
2) “shoujo” è la grafia più utilizzata nel web e non ci sembrava il caso di aggiungerne un’altra (shoojo);
3) il simbolo “ô” non è leggibile in tutti i computer e in ogni caso viene usato in sostituzione approssimativa del carattere “o” con l’allungamento, che non è presente nei computer occidentali;
4) “shojo” ha assunto in Italia una valenza spesso negativa e con la parola “shoujo” vogliamo simbolicamente distinguerci dalla concezione italiana che per molto tempo ha visto questa sconfinata produzione fumettistica solo come “storie d’amore con fiori, grandi occhioni, lacrime e nastri svolazzanti”.

Note:
[6] È per questo che in Italia celebri shounen manga sentimentali come “Video Girl Ai” e “Orange Road” vengono talora scambiati per shoujo manga. Simili errori possono essere riscontrati anche tra chi lavora nel settore: può capitare che uno shoujo sia definito come “un manga a cavallo tra fantasy e shojo” o che si distinguano i generi di manga in “commedia, sport, horror, avventura, storico e shoujo”.
[7] Fujimoto Yukari, “A Life-Size Mirror: Women’s Self-Representation in Girls’ Comics.”, Lila-Asia Pacific Women’s Studies Journal, 01/1994
[8] La maggior parte delle informazioni è liberamente tratta dall’articolo di Matt Thorn “A History of Manga” la cui versione originale è presente nel sito: Matt Thorn Home Page.

 

 

Gli shoujo manga in Italia 

Versailles no bara/Lady Oscar

1993-2000: verso l’affermazione

I primi shoujo manga apparsi in Italia, escludendo le edizioni stravolte [1] di shoujo manga negli anni ’80, sono stati dei classici: Lady Oscar è apparsa nel 1993 mentre l’anno successivo Georgie di Yumiko Igarashi è stata pubblicata dalla Star Comics.
Queste pubblicazioni sono state un vero e proprio flop, pare che per diversi anni abbiano precluso la pubblicazione di nuovi titoli. Le case editrici si basarono infatti sull’esito delle vendite di tre opere simili tra loro per affermare categoricamente che gli shoujo manga non potevano avere successo e ignorare tutte le altre varietà di shoujo manga.
Tuttavia, se le prime opere hanno avuto scarso successo non è perché erano datate e melodrammatiche: il problema è che in quegli anni le lettrici di manga erano pochissime. Molti degli attuali lettori di shoujo manga si sono avvicinati al mondo del fumetto nipponico soltanto dopo il 1995, ovvero dopo gli insuccessi di Lady Oscar, Georgie e Caro Fratello.

Dal 1995 in poi il cammino degli shoujo manga è stato in continua ascesa.
Per molti anni non si sono più verificati flop dopo che nel 1998 Proteggi la mia terra (dalle vendite inizialmente scarse) si è rivelato un piccolo successo una volta spostato in libreria.
Il contenitore della Star Comics “Amici”, focalizzato su shoujo manga come Sailor Moon, si è piazzato fin dall’inizio a metà delle classifiche di vendita dei manga Star Comics, mentre Marmalade Boy (edito nel 1998) è stato il manga più venduto della Planet Manga dopo Bastard!!.
Un’operazione a rischio come New York New York, shounen ai di Marimo Ragawa (edito nel 1999), si è conclusa in modo (relativamente) positivo e altro spazio è stato riservato agli shounen ai.
Mars (il titolo più venduto di “Amici”) si è guadagnato nel 1999 un posto nel cuore di molti lettori e ha contributo fortemente all’affermazione degli shoujo manga. In particolare ha dimostrato in modo definitivo che uno shoujo manga può avere successo anche se non ha una serie animata a fare da spalla.
La leggenda dell’arcobaleno di Chieko Hara, edito nel 2000, è stato tra gli shoujo manga più venduti in casa Star Comics dimostrando che gli shoujo “classici” possono avere successo.

2001-2004: il “boom”

Marmalade Boy

Il 2001 si è rivelato il primo anno veramente fortunato per gli shoujo manga in Italia. Se verso la fine del 2000 venivano pubblicati soltanto 2 o 3 shoujo al mese, a partire dalla seconda metà del 2001 la media di shoujo manga editi per mese è stata di 10.
Il merito di questo miglioramento va soprattutto alla Planet Manga, che a partire dalla primavera del 2001 ha fatto uscire ben 6 nuovi shoujo manga e a case editrici più o meno nuove (Play Press, Dynamic Italia, Hazard e Lexy).

Anche Star Comics, sebbene un po’ in ritardo rispetto ad altre case editrici, ha abbandonato il pessimismo con cui vedeva il destino di questo tipo di pubblicazioni.
Se il totale degli shoujo manga pubblicati nel settembre 2002 era 11, nello stesso mese del 2003 e del 2004 il numero è raddoppiato.

La situazione attuale è ben diversa rispetto a quella degli anni novanta: i lettori di shoujo sono aumentati, quasi tutti gli editori del settore danno spazio agli shoujo manga, si sperimentano generi diversi mentre i pregiudizi hanno finalmente perso terreno.
Sono lontani gli anni delle “crociate anti-shoujo”, come ricorda in un’intervista Andrea Baricordi: “quando iniziammo a pubblicarli, fummo letteralmente aggrediti presso una fiera.” [2]

Senza dubbio, rimangono alcuni manga-fan che si ostinano a dire di non apprezzare gli shoujo manga pur avendone letti meno di una decina, così come resistono alcuni “shoujo-fan” che per primi hanno una visione riduttiva del filone shoujo.
Se le riviste e i libri specializzati da sempre hanno rivolto poco spazio agli shoujo manga, i siti web creati dagli appassionati hanno certamente colmato questa lacuna.

Mars

Le scelte degli editori in campo shoujo non sono state sempre brillanti e, quando lo sono state, non hanno sempre raggiunto delle vendite soddisfacenti.
Titoli validi come Banana Fish di Akimi Yoshida, La principessa splendente di Reiko Shimizu e Cuori colpiti di George Asakura non sono stati premiati dal grande pubblico.
Questi dati non mancano di impensierire chi teme di vedere le testate shoujo italiane orientarsi esclusivamente su commedie scolastico-adolescenziali e titoli palesemente commerciali. Fortunatamente, è ancora presto per preoccuparsi seriamente di questa possibilità.

Come riconoscono molti esperti del settore, i manga (e in particolare gli shoujo) sono stati il fattore determinante nel far avvicinare le ragazze al mondo del fumetto, come mai era accaduto prima nel nostro paese.
Un fenomeno, questo, che si sta ripetendo anche negli altri paesi Occidentali che pubblicano fumetti giapponesi.

Note:
[1] Si tratta di titoli serializzati in gran parte sulla rivista “Il corrierino dei piccoli” o “Candy Candy”; la prassi consisteva nel ribaltare e colorare le tavole (in origine in bianco e nero), occidentalizzare i nomi, e censurare le scene giudicate inadatte ai più piccoli.

[2] Dall’intervista di Animanga Netgate ad Andrea Baricordi, uno dei quattro Kappa Boys che si occupa da anni di scelte editoriali, redazione e supervisione prima per la casa editrice Star Comics e in seguito per la Kappa Edizioni.

2005-2013: il boom esplode

Ōoku di Yoshinaga Fumi

Guardando i dati degli shoujo manga editi in Italia durante questi anni, le cifre mantengono quel che gli anni precedenti sembravano promettere: si parla di 40-60 titoli all’anno, comprendendo anche manhwa, boys love e josei. L’anno che raggiunge il primo podio per quantità di titoli è il 2007 con 46 shoujo manga, 4 josei, 11 manhwa e 8 boys love, per un totale di 69 titoli, seguito dal 2012 con un totale di 68 titoli. Il 2012 è anche l’anno in cui si pubblica il maggior numero di josei, ben 14, e il maggior numero di boys love, ben 10.

Dal momento che le case editrici in questi anni si moltiplicano, è chiaro che i titoli sono piuttosto vari: titoli di richiamo trainati da serie tv (Honey and Clover, Sugar Sugar Rune, Mermaid Melody), ristampe di titoli già rodati (Sailor Moon, Love me knight, Rayearth, Georgie, Lady Oscar) ma anche titoli generati dall’interesse per un’autrice in particolare (come le opere di Ai Yazawa, Miho Obana e Fuyumi Souryo).

Edgar e Allan Poe di Moto Hagio

Dedicate ai nostalgici degli anime ’80 e ’90 sono proposte come Alpen Rose (Star Comics) e Lady!! della Goen. Quest’ultima si segnala anche per Supplement di Mari Okazaki e Body and Soul di Erica Sakurazawa. Degna di nota è la collana “Mangasan” di Kappa Edizioni, che edita tra le altre Ebine Yamaji (Love my life, Indigo Blue e Free soul) e Moyoco Anno (Happy Mania, Questo non è il mio corpo).  Menzione d’onore a Yamato Edizioni che pubblica Cleopatra di Machiko Satonaka, a Star Comics per Siamo in undici! di Moto Hagio, le opere di Yayoi Ogawa (Sei il mio cucciolo), Kuragehime e Nodame Cantabile. Planet Manga avrà la nostra eterna gratitudine per le opere di Hinako Ashihara (La clessidra) ma ancor di più per Mari Okazaki (Shibuya Love Hotel) e soprattutto per Ōoku di Yoshinaga Fumi. Lode al coraggio di Flashbook per X-Day di Setona Mizushiro, a GP Publishing per La spada di Paros, N.Y. Komachi e Genius Family company, a Magic Press per Itazurana Kiss di Kaoru Tada. Non dimentichiamo la Ronin per Il sortilegio del vento di Yuuho Ashibe e Il gioco del gatto e del topo di Setona Mizushiro, ma soprattutto per Edgar e Allan Poe  di Moto Hagio, la Bibbia degli shoujo manga! Ultima ma non ultima, la J-Pop che ci ha omaggiato di Attack n.1 di Chikako Urano, classico degli shoujo sportivi.

2014-2018: il punto

Helter Skelter di Kyoko Okazaki

Qualcuno se ne sarà accorto: dal 2014 il numero di shoujo manga pubblicati in Italia nel corso dell’anno è vistosamente calato. Se nel 2014 e 2015 i titoli sono ancora quaranta, dal 2016 in poi faticano a toccare la trentina. Parallelamente al calo di pubblicazioni, però, emergono altri fattori. L’interesse da parte di pubblico e case editrici verso i manhwa si è fatto sporadico e le proposte in questo senso sono quasi scomparse. Al contrario, l’attenzione verso boys love e josei è aumentata. I primi viaggiano verso i 6-7 titoli all’anno, con titoli molto validi come Twittering Birds Never Fly di Kou Yoneda o Yuutsu na asa di Shoko Hidaka (Flashbook) mentre, per quanto riguarda i secondi, segnaliamo che per la prima volta nel 2018 il numero di josei è pari a quello degli shoujo manga: dieci titoli in un anno.

Dal nostro punto di vista, però, non possiamo che sottolineare un dato importante: se da una parte il numero complessivo di pubblicazioni è calato, d’altro canto vediamo che i titoli di qualità non mancano. Oltre alle consuete ristampe (Versailles no bara/Lady Oscar, Creamy Mami, Fruits Basket, Sailor Moon, Pollon, Le situazioni di Lui e Lei), si segnala la presenza dell’interessante Asumiko Nakamura con i volumi della serie Compagni di classe (Magic Press). E come non menzionare Akimi Yoshida e il suo Umimachi Diary (Star Comics)? Nel 2018, poi, ci ha sorpreso la collana Showcase di Dynit con Blue di Kiriko Nananan e Helter Skelter di Kyoko Okazaki. Per non parlare di J-Pop, che alla fine dello stesso anno ci ha definitivamente messo KO con Il poema del vento e degli alberi di Keiko Takemiya. Gli ultimi tre titoli, da soli, fanno ben sperare nel futuro di questo tipo di pubblicazioni. Forse (è d’uopo ribadire: forse) sta nascendo una maggiore consapevolezza da parte dei lettori e/o degli addetti al settore verso i titoli di qualità. O forse è il canto del cigno, un ultimo guizzo di bellezza prima della fine. Nell’uno e nell’altro caso, questa è una realtà editoriale che continueremo a osservare molto, molto da vicino.

 

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